di Ginevra Leganza
Il Foglio, 16 maggio 2026
“Se affermiamo il principio generale, per il quale le conversazioni tra avvocato e cliente non debbano essere trasmesse, giacché privatissime, la protesta è giusta. Dopodiché la domanda da porsi è come sia possibile che conversazioni tecnicamente inutilizzabili vengano fatte circolare a distanza di anni”. Intervistato dal Foglio, Gian Domenico Caiazza, avvocato penalista e già presidente dell’Unione camere penali, individua nella divulgazione dello scambio tra Alberto Stasi e il suo avvocato Andrea Giarda l’intersezione tra due piani. Così come il problema che, dice, “è essenzialmente mediatico”.
“Quella divulgata da Mediaset non è un’intercettazione diretta dell’avvocato - spiega Caiazza - bensì un’intercettazione di Stasi, sospettato di essere l’assassino. È un’intercettazione per così dire indiretta, dove il problema dell’utilizzabilità si pone perché s’intercetta Stasi che parla con l’avvocato”.
E la cui conversazione, privatissima, tale doveva rimanere per l’Unione delle camere penali. “Sì. E tuttavia la riflessione può essere ampliata. Se quest’intercettazione viene riesumata dagli attuali investigatori, se è una conversazione a favore dell’innocenza di Stasi, se il conversante - cui l’intercettazione giova - acconsente alla pubblicazione, è chiaro che l’astrazione di non pubblicabilità vacilla”. Vacilla perciò il principio? “No. Ma stiamo parlando di una categoria di intercettazioni non utilizzabili che nondimeno vengono fatte circolare ad anni di distanza. Com’è possibile? Le intercettazioni privatissime e vietate, al termine del processo, vanno distrutte. La legislazione prevede un registro a parte di conversazioni inutilizzabili.
Il tema, a questo punto, è se vengano distrutte o meno”. Un tema che innesta quello sanzionatorio, forse. Parliamo, per questi illeciti, di sanzioni molto blande? “Ecco, più che altro parliamo di burle. Ma qui tocchiamo un altro punto. Ovvero il fatto che la pubblicazione di intercettazioni, così come di atti coperti da segreto investigativo, hanno sanzioni ridicole”. È anche per questo che esondano sugli schermi? “Il fatto che gli atti investigativi tracimino sui media esige di rimettere mano alle sanzioni. Le quali, come dicevo, sono una finzione. C’è un’ipocrisia sanzionatoria e un affievolimento del divieto nel momento stesso in cui, per esempio, il contenuto delle intercettazioni viene notificato all’indagato con l’ordinanza di custodia cautelare. E poi ci sono quelle sottili differenze tra pubblicazioni. L’integrale è vietata, per stralci è consentita”.
Stralci che certamente favoriscono il lettore, lo spettatore, la diffusione. “Nonché la malintesa protezione del diritto di cronaca. Il quale non vale meno della difesa della reputazione di un indagato. Eppure le sanzioni sono ai limiti dell’inesistenza. E non si tratta di sanzioni necessariamente penali, ma anche professionali, economiche. Giusto per intenderci: nessuno chiude il giornale o la trasmissione per due giorni”.
Ci libereremo di Garlasco e delle sue connesse assurdità? “No”. E della pletora di criminologi, dai salotti televisivi in su? “Siamo figli di una cultura inquisitoria dove il sospetto è prova. Io credo, a proposito di certe analisi criminologiche, che ci sia un diffuso analfabetismo costituzionale”. Era molto particolare, a tal proposito, l’analisi del colonnello dei Carabinieri Anna Bonifazi. Andrea Sempio profilato sulla base di soliloqui in macchina, di ghigni e inafferrabili sfumature emotive. Dopo Garlasco sarà difficile, per noi che parliamo da soli in macchina, poter continuare indisturbati. “Sì. Ma c’è un analfabetismo, dicevo, cui segue in generale l’enfatizzazione mediatica degli strumenti di prova.
Vale per le intercettazioni telefoniche, il più insidioso dei materiali probatori e il più incerto, dove ogni frase cambia a seconda del tono e dove tutto si riduce ad atto notarile. E vale per la prova scientifica. Vede, tutto sta nell’ossessione di catturare il colpevole. E qui arriviamo al soliloquio”. Non sembra che i giornali - oltreché il piccolo schermo - siano meno ossessivi né meno estrosi di quelle analisi. “No. Quando sono andato io, il sangue c’era. Mi sembra di averlo letto sul più importante quotidiano italiano”.











