di Simona Musco
Il Dubbio, 25 luglio 2026
Ecco l’ultimo tassello di un modello repressivo. Un ribaltamento che rischia la bocciatura della Consulta. Maranza è un’etichetta. Divide i ragazzini che vanno bene, quelli italiani, da quelli che non vanno bene, gli stranieri di seconda generazione. Una volta erano i meridionali, oggi quelli che hanno cognomi stranieri, pur essendo italiani. Insomma, si colpiscono i diversi. Chi sbaglia paga anche a 15 anni, ha detto Giorgia Meloni, e poco importa se il rischio di incostituzionalità è dietro l’angolo. La norma, che modifica l’articolo 98 del codice penale, è l’ultimo tassello, ha detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio, di un insieme di interventi sulla giustizia minorile che il governo ha adottato a partire dal decreto Caivano, in risposta a quella che l’esecutivo considera una recrudescenza della criminalità minorile.
È il fenomeno dei “Maranza”, appunto, tra i nuovi nemici del governo. Nel 2023, proprio l’anno di Caivano, le denunce a carico di minori erano diminuite di oltre il 4 per cento. Non c’era alcuna emergenza. Eppure i minori, le cosiddette “baby gang” in particolare, sono diventati la nuova frontiera del “nemico da combattere”. Il decreto ha allargato l’uso della custodia cautelare, aumentato pene, modificato la messa alla prova, introdotto norme più dure: tutto ciò ha accelerato l’ingresso dei ragazzi nel circuito penale. Ma soprattutto ha generato un cambiamento culturale: un sistema costruito sull’idea che dovesse adeguarsi alle esigenze del ragazzo, che non si dovesse rinunciare a nessuno, oggi manda il messaggio opposto. Se sbagliano, sono delinquenti come gli adulti e devono essere trattati con la stessa durezza.
Questa strategia repressiva sta progressivamente smantellando un modello di giustizia che fino al 2022 era invidiato dal resto d’Europa. Il testo approvato in Consiglio dei ministri arriva dopo Caivano e dopo l’estensione del fermo di prevenzione anche ai minorenni. Minori trattati come adulti, per i quali la sentenza di condanna sociale arriva prima ancora di quella penale. Ma si tratta forse del penultimo tassello, dato che alla Camera giace un disegno di legge ancora peggiore, nelle intenzioni: quello che propone di abbassare l’età dell’imputabilità a 13 anni. Una proposta a prima firma Marta Fascina, di Forza Italia, che tradisce la tradizione liberale del suo partito. E nasconde, tra le sue pieghe, significati deprimenti: l’intervento è considerato “imprescindibile” per rispondere al “fenomeno radicato in modo trasversale in tutto il Paese” dell’utilizzo di giovani sotto i 14 anni, anche da parte della criminalità organizzata, per commettere reati “spesso gravissimi contro la persona e il patrimonio”. Ragazzini sfruttati dalla criminalità, dunque, che si vorrebbe anche punire. Ma è il “riferimento in particolare alle realtà dei campi rom”, che collega esplicitamente (senza dati statistici) una realtà etnico-culturale a una tipologia di reati, a far accapponare la pelle. Senza contare che una scelta del genere ci avvicinerebbe a ordinamenti molto poco orientati allo Stato di diritto.
Emergenza, la parola più abusata per legiferare su fenomeni la cui diffusione non è molto diversa, ma lo è di certo la percezione, grazie alla capacità di documentare in tempo reale, e con diffusione mondiale, ciò che prima si scopriva dalle pagine di cronaca locale. Ma le statistiche del Dipartimento per la Giustizia minorile raccontano una realtà che smentisce l’allarmismo della politica. Come sottolinea l’Unione delle Camere penali, “le declaratorie di non imputabilità per accertata immaturità costituiscono già oggi un fenomeno del tutto marginale, posto che negli ultimi anni le decisioni fondate sull’articolo 98 c.p. si attestano a poche decine di casi su scala nazionale. Ne deriva che la riforma non risponde ad alcuna emergenza applicativa reale, ma appare semmai una scelta eminentemente simbolica e comunicativa, funzionale ad alimentare la narrazione di una presunta indulgenza della giustizia minorile”. Giustizia minorile, però, non vuol dire evitamento della pena: vuol dire sanzionare, ma anche e soprattutto educare e recuperare. Altrimenti il risultato più probabile è creare criminali, sulla pelle di chi prima non lo era.
La norma solleva dei dubbi, che potrebbero essere sottoposti all’esecutivo dal Quirinale. La vera frattura sta nel ribaltamento della prospettiva pedagogico-giuridica costruita in decenni di giurisprudenza minorile. Fino ad oggi, l’accertamento sull’imputabilità non è stato un mero passaggio burocratico, ma lo strumento attraverso cui il giudice entrava nella storia del ragazzo, nel suo contesto socio-familiare, nella sua capacità di comprendere il disvalore dell’atto. Era un’indagine sulla persona, non solo sul fatto. Con il nuovo assetto, questa prospettiva rischia di essere integralmente rovesciata. Dove si è arrivati, tassello dopo tassello? Come spiegato tempo fa al Dubbio da Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’associazione Antigone, “le carceri minorili oggi sono luoghi che non hanno alcuna speranza di recuperare nessuno”. I minori, da soggetti da proteggere, sono diventati i nuovi “nemici” da punire, cancellando il principio del superiore interesse del minore. Quello sancito dalla Corte costituzionale, che ora potrebbe bocciare, ancora una volta, questo governo.










