di Alessia Candito
La Repubblica, 31 marzo 2026
Dall’autunno scorso Roma ha centralizzato ogni decisione sulle attività. Ai detenuti dell’Alta sicurezza sono state negate le attività in esterna e per gli studenti non è più possibile entrare in carcere. Le associazioni: “Straordinaria occasione persa”. “Nel 2025 abbiamo vinto il premio Costanzo e ci siamo esibiti al Teatro Parioli di Roma. Quest’anno abbiamo partecipato quasi con paura di vincere. Su quel palco non avremmo potuto esibirci”. Se per il Marassi rimasto per la prima volta in 24 anni orfano di Via Crucis, le responsabilità non vanno cercate più in là dell’ufficio della direttrice del carcere, Tullia Ardito, da mesi in tutti gli istituti di pena italiani le attività formative e culturali “sono diventate non una risorsa, ma un problema ed è uno straordinario passo indietro”, dice Mauro Sironi. E con cognizione. Direttore artistico di Geniattori, da anni lavora con i detenuti della casa circondariale di Monza, dove il teatro è diventato non solo parte del percorso riabilitativo, ma anche strumento per abbattere i muri, quanto meno ideologici, fra carcere e città.
Dal 15 aprile al 18 maggio, la compagnia avrebbe dovuto portare fuori dal carcere il risultato di un anno di prove con un Festival, aperto a tutti. Ma non sarà possibile. Con una circolare, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha imposto un giro di vite che si è tradotto nell’esclusione di tutti i detenuti dell’Alta sicurezza dalle attività in esterna e nello stop alla partecipazione degli studenti in progetti all’interno delle carceri. “A ottobre - racconta Serena Andreani, organizzatrice del Festival di Teatro carcere e comunità di Monza - avevamo già organizzato le repliche per le scuole, avviato contatti con i vari istituti, affittato i pullman per il trasporto in città. Abbiamo dovuto far saltare tutto”. E correre ai ripari, attrezzare all’interno del carcere una sala polivalente per permettere ai reclusi di esibirsi quanto meno per familiari e compagni di cella, invitare compagnie di ex detenuti per gli appuntamenti in esterna. Ripensare tutto.
“Fra i nostri ragazzi, il contraccolpo c’è stato”, spiega Sironi. “Lavorare un anno per poi non fare nulla che senso ha?”, hanno detto alcuni. “Ed è normale - dice il direttore artistico - perché vietare di esibirsi all’esterno, significa negare la possibilità di mostrare che si è fatto un percorso, continuare a considerare le persone solo il reato commesso”. Ma si va avanti comunque. Anche perché il teatro funziona, ti mette a nudo, ti obbliga a misurarti con te stesso e i tuoi limiti. Ed ecco che un ragazzo, trasferito alla ‘Luce’, la sezione sperimentale con le celle aperte dalle 9 alle 21, dopo un po’ ha chiesto di tornare in un settore regolare perché non si sentiva “pronto”, aveva il timore - spiegano gli operatori - di commettere qualche errore e perdere i benefici guadagnati. Laboratori teatrali inclusi. “Di questo pane ne voglio mangiare ogni giorno”.
Ciro lo ripete continuamente a Silvana Nosenzo dell’associazione Agar, che da anni lavora con il suo “Teatro Oltre” nell’istituto di Asti. Un carcere di massima sicurezza, uno di quelli in cui le attività sono diventate quasi impossibili. “A venti giorni dal debutto del nostro spettacolo, ci è stato comunicato che gli studenti non avrebbero potuto assistere agli spettacoli in carcere. Lo stesso - mormora - è successo a Saluzzo”. Un boccone amarissimo per i detenuti attori. “Se ci devono ammazzare, lo facciano una volta per tutte, non poco a poco”, si è fatto scappare uno, dando voce ai tarli che divoravano tanti. “Il debutto - spiega Nosenzo - c’è stato comunque, abbiamo organizzato una rappresentazione in carcere per i familiari. Ma è stata un’occasione persa, anche per gli studenti”.
Il ministero vuole tenerli lontani dalle carceri, ma i professori li porterebbero volentieri a confrontarsi con i risultati concreti di quella vita criminale che per alcuni è un distorto modello. “Un docente - racconta Nosenzo -ci aveva chiesto di coinvolgere le sue quinte perché ci sono alcuni ragazzi “a rischio”. Ed è l’approccio corretto”. Per adolescenti affascinati da vite ai margini raccontate o millantate, spiega, incontrare chi ha scelto la strada sbagliata o ci si è trovato significa misurarsi con la realtà. “C’è chi si è messo a piangere ascoltando un uomo di 53 anni che alla loro età è finito dentro e non è più uscito”.
In alta sicurezza sono in tanti a convivere con la consapevolezza di un “fuori” che - se e quando usciranno - sarà diverso da quello che conoscevano. E alcuni, come i detenuti della compagnia G12 del Libero teatro di Rebibbia, in passato vincitore di un Orso d’oro a Berlino con i fratelli Taviani, non possono neanche pensare di salire sul palco per provare ad accorciare le distanze. “Il teatro è a pochi passi, ma da ottobre dobbiamo provare in una stanzetta in reparto - spiega il direttore Fabio Cavalli - Noi però andiamo avanti. Stiamo preparando i canti dell’Inferno, convinti che il carcere sia un purgatorio. E che tutti possano prima o poi ‘uscire a riveder le stelle’”.











