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di Armando Di Landro

Corriere della Sera, 17 settembre 2026

La criminologa Anna Sergi: “Sono andata a viverci un mese per studiarlo: la faida e Duisburg sono traumi per più generazioni. Ma il paese vuole vivere”. La domanda degli uomini al bar dando del “voi”: “Professoressa ma l’avete vista in giro la ‘ndrangheta?”. Lei: “Ci sono battute per nascondere il problema, ma tanti, anche i bambini, vogliono capire. Nessuno ha mai spiegato nulla. Tutto, anche il reato più banale, viene marchiato come criminalità organizzata”. “Dottoressa, ma voi la ‘ndrangheta come la spiegate?” A porre la domanda è un uomo sulla quarantina d’anni, o poco più. Non sente certo il bisogno di specificare il suo nome, anzi, l’identità qui resta quasi per forza in sospeso.

Quel che si sa, perché lo ha detto lui, è che si tratta di un pregiudicato, reati non meglio precisati: forse come altri che si incontrano in piazza, al bar, ha già scontato i suoi anni per questioni legate al narcotraffico. Il dubbio un po’ resta, alla destinataria della domanda, che è Anna Sergi, calabrese, docente di Sociologia della devianza all’Università di Bologna e in passato di Criminologa a quella dell’Essex, in Inghilterra, specializzata sulle mafie a livello internazionale. Ma, anche per il profilo dell’interlocutore, lei è contenta che se ne parli, è lo scopo della sua presenza lì, in un bar di San Luca, locride, Reggio Calabria. Per un mese, tra la fine di luglio e quella di agosto, Anna Sergi è andata a viverci, con “l’obiettivo di studiare un paese con la nomea del centro di mafia, un paese con lo stigma. E San Luca è quello che probabilmente, anche all’estero, ha queste caratteristiche più di tutti”.

Un profilo certamente dovuto alle imprese criminali dei già noti gruppi familiari del posto, dai sequestri di persona alla faida iniziata nel 1991 e proseguita fino alla strage di Duisburg del Ferragosto 2007, se non addirittura oltre, ma anche un profilo che rischia di autoperpetuarsi, “perché spesso basta uno di quei cognomi in un’inchiesta anche per reati banali, e subito si parla di ‘ndrangheta e tutto viene travolto. Siamo di fronte all’unico caso di un Comune commissariato due volte, in simultanea, perché mancavano candidati alle ultime elezioni e poi in parallelo per sospetti di mafia retrodatati, sulla base di un’inchiesta per presunti illeciti amministrativi. Un paese dove anche la squadra di calcio che era in Serie D è andata a rotoli e dove è stata sciolta dalla prefettura pure la Fondazione Corrado Alvaro, per presunta mancanza di liquidità e per le solite parentele che tornavano con delle critiche già avanzate dai tribunali amministrativi”. L’anno prossimo bisognerebbe tornare al voto, in teoria, perché in realtà nessuno vuole candidarsi, anche se il problema è quasi sempre all’ordine del giorno delle conversazioni al bar o in piazza. “Ma tanto, poi, sciolgono il Comune…”. E per tanti “fare il sindaco è ‘na jastima…”, una bestemmia.

Anna Sergi non vuole sminuire la portata delle inchieste o delle decisioni della prefettura, ma solo spiegare: “I grandi gruppi familiari sono quelli noti, ma sono anche talmente estesi, che contengono tante sfumature, è legittimo pensare che non tutti sappiano cosa fa il cugino o il parente, che magari è un mafioso vero o magari non lo è: in questi paesi i legami familiari sono come altrove i legami sociali di prossimità, ognuno sceglie come gestirli, tra indifferenza e vicinanza”.

Dopo i primi contatti con il parroco e con i commissari, è entrata a San Luca per tentare di studiarlo dall’interno, lasciando fuori ogni pregiudizio. E dopo aver attraversato un po’ a fatica “un primo livello di diffidenza elevatissimo”, ha trovato un paese con più volti. “Prima di tutto, se si pensa che io abbia incontrato persone che si nascondevano dietro la porta, un luogo di barbari dove nessuno gira per strada e dove regna la paura e basta, ecco, non è assolutamente così. C’è un paese che vuole vivere, dove in piazza e al bar si parla apertamente, dove si mangia un pane buonissimo, dove la prima sera rientrando a casa poco prima di mezzanotte un signore mi ferma e mi dice “i voliti du’ pummadora?” e mi consegna una busta intera - per un mese quasi non ho fatto la spesa - dove c’è anche una certa sicurezza, che non dipende certo dal fatto che la ‘ndrangheta controlla tutto e non vuole si faccia rumore, come qualcuno potrebbe pensare”. Ma il racconto non può fermarsi qui, all’ospitalità calabrese, ai gruppi di ragazzini che girano per le strade fino a tarda sera, alla festa della Madonna di Polsi che è in parte riuscita a svincolarsi dall’idea di una celebrazione a uso e consumo degli affiliati e dei boss.

“Il problema c’è e non va nascosto, San Luca è un paese che vive un trauma intergenerazionale, o più traumi di quel tipo, che non sono stati elaborati - sostiene Anna Sergi -: nessuno ha voluto spiegare, nessuno ha ricevuto spiegazioni. A chi era bambino nel 2007, per esempio, nessuno ha spiegato cosa è stato Duisburg e perché nei mesi successivi le scuole furono spesso addirittura chiuse: c’era il timore che la faida tornasse, tragica, in paese. Non c’è stato un processo di riconciliazione post traumatica. Nessuno ha raccontato perché all’arrivo delle tre bare (su sei vittime calabresi in tutto) dalla Germania a San Luca fossero presenti una massa di giornalisti da tutto il mondo e così fu per mesi. Allo stesso modo, mi è capitato di trovare donne che erano ragazzine negli anni ‘90 e non si sono mai date una motivazione dei morti ammazzati per strada di quel periodo, che furono 7, tutti in paese o del perché si smise di sparare”.

Non senza paradossi. “Ma che avete trovato professoressa, armi? Droga, avete trovato?” sempre dando rigorosamente del voi, è stata questa la domanda di un gruppo di ragazzini. Volontà di prendere in giro? “Forse in questo il paese rischia di perpetuare lo stigma, o forse davvero c’è anche la volontà di comprendere - commenta Sergi -. Perché mi è comunque capitato, per esempio, che in tanti si siano messi a parlare di Duisburg volontariamente, chiedendo a me cosa ne pensavo. Quella frase, “come la spiegate la ‘ndrangheta?” non mi è sempre suonata come una presa in giro o una voglia di dissimulare”. 

In molti post sui social la docente e ricercatrice ha raccontato il suo mese a San Luca: “Non è mancato - dice - un seguito di ragazzine, giovanissime, che mi leggevano e volevano parlarmi: il 20 agosto, all’apertura delle celebrazioni per la Madonna di Polsi, mi hanno raggiunta per chiedermi che tipo di lavoro faccio, non essendo una giornalista, volevano una spiegazione e mi hanno persino regalato delle caramelle!”.

Il lavoro sul campo è la base di una ricerca, che Sergi ha voluto illustrare, seduta in piazza tra i cittadini di San Luca: pochi, a dire il vero, una ventina, ma tutti disposti a parlare, a dialogare. Un incontro che, tra gli altri dati rilevati in un mese, lascia comunque intravedere una via di uscita, una cura del trauma intergenerazionale e dello stigma: “Serve un percorso di accompagnamento alla memoria, quindi la ricostruzione della verità, del passato e del presente, in modo solido, saldo e condivisibile da tutti i sanluchesi. In modo che tutti almeno possano ragionarci. Anzi dirò di più - conclude -. Potrebbe addirittura servire riconoscere i luoghi di determinati fatti, codificarli, costruirci sopra un tour che riguarda la criminalità organizzata, la ‘ndrangheta, per elaborare ciò che non è sato elaborato”. Già, la ‘ndrangheta, s’annida ancora qui? E fin dove è arrivata? Qualcuno al bar ha chiesto ad Anna Sergi: “Ma l’avete vista per strada, la ‘ndrangheta, dottoressa?”.