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di Donatella Stasio

La Stampa, 29 aprile 2024

“Non sappiamo che farcene dei giudici di Montesquieu, etrés inanimés fatti di pura logica. Vogliamo i giudici con l’anima, giudici engagés, che sappiano portare con vigile impegno umano il grande peso di questa immane responsabilità che è il giudicare”. Erano gli anni 60 del secolo scorso quando il mai troppo citato Piero Calamandrei, padre nobile della Costituzione antifascista, scriveva queste parole “sempreverdi”, tanto più in tempi come questi, in cui i giudici engagés sono accusati dal centrodestra di interpretazioni creative, di supplenza abusiva, di politicizzazione e di invasioni di campo. Il caso Apostolico - la giudice di Catania finita nel mirino per aver negato la convalida del trattenimento di un migrante, disposto dal questore sulla base del decreto Cutro - è uno dei numerosi casi di attacco politico al cuore del lavoro del giudice, l’interpretazione della legge, cui è seguito il rilancio di un modello di magistrato etre inanimé, distante dalla società, “bocca della legge”, apolitico ma allineato sempre allo spirito politico del tempo, stretto nella camicia di forza del sillogismo giudiziale, senza alcuna possibilità di respirare l’aria della Costituzione o del diritto europeo.

Stando così le cose, non c’è da meravigliarsi se l’Associazione nazionale magistrati abbia deciso (non senza qualche mal di pancia delle correnti di centrodestra) di dedicare il suo prossimo Congresso del 10-12 maggio proprio a questo tema: l’interpretazione e il ruolo del giudice. Può sembrare roba da addetti ai lavori mentre riguarda chiunque abbia a cuore la democrazia, non una qualunque, alla maniera “illiberale” di Orbàn, bensì la democrazia costituzionale, basata su un sistema di pesi e di contrappesi in funzione “contromaggioritaria”, ovvero in grado di arginare esondazioni delle maggioranze politiche e di garantire il pluralismo e i diritti delle minoranze. Sono principi figli dell’antifascismo, giusto per dare concretezza a questa parola. Da questa idea di democrazia è nato anche un preciso modello di magistratura, autonoma, indipendente, responsabile, soggetta solo alla legge, ma che della legge è interprete e non semplice replicante. Un modello oggi sotto attacco con ispezioni e iniziative disciplinari, con sistematiche narrazioni delegittimanti di giudici e pm che sbagliano e non pagano, con l’annunciata riforma della separazione delle carriere e del Csm e con il rilancio, appunto, del modello del giudice bocca (solo) della legge (e per il resto imbavagliato perché il giudice, ça va sans dire, deve parlare solo con le sentenze).

In questo contesto, la scelta dell’Anm è coraggiosa, anche se per certi versi inevitabile. Ma non è priva di rischi, perché la magistratura contemporanea è molto diversa da quella che, nel 1965, in uno storico Congresso svoltosi a Gardone, mandò un forte e chiaro segnale di emancipazione dal ruolo burocratico in cui l’aveva relegata il fascismo e che ancora sopravviveva in ampie fasce. A Gardone fu approvata all’unanimità una mozione che affermava un modello di giudice “consapevole della portata politico-costituzionale della propria funzione di garanzia, così da assicurare, pur nella sua subordinazione alla legge, un’applicazione della norma conforme alle finalità fondamentali volute dalla Costituzione”. Il che ne faceva anche un soggetto “sociale”, attivo nel dibattito politico, sociale e culturale, che percepisce la valenza politica della sua funzione, anche rispetto all’equilibrio tra i poteri, ed è consapevole della sua indipendenza come strumento di tutela dei diritti di tutti i cittadini. All’epoca, l’attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, ex magistrato, aveva 7 anni, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, magistrato in pensione, ne aveva 18, e Giorgia Meloni, oggi presidente del Consiglio, non era ancora nata. Ma l’anagrafe è un motivo sufficiente per seppellire quella svolta storica e il modello di giustizia che ne uscì? È mai possibile demonizzare la possibilità dei giudici (e degli avvocati) di “inventare il diritto”, per dirla con Paolo Grossi, o di “interpretare la vita”, per dirla con Francesco Carnelutti?

Il clima che oggi si respira, dentro e fuori la magistratura, non sembra favorevole ad una riaffermazione di quelle conquiste. Tra le toghe, anche a causa delle ripetute pressioni politiche, si sta facendo strada un’anima più burocratica, un diffuso sentimento di quietismo istituzionale, un’irresponsabile indifferenza, proprio il contrario di quanto diceva Calamandrei: “Il pericolo maggiore che in una democrazia minaccia i giudici, e in generale tutti i pubblici funzionari, è quello dell’assuefazione, dell’indifferenza burocratica, dell’irresponsabilità anonima”. È il pericolo che viene dal modello del giudice “bocca della legge”, essere inanimato, appunto, macchina sillogizzante, proprio come potrebbe essere, oggi, un qualunque algoritmo. E in tempi di intelligenza artificiale non è una battuta. Vale la pena rileggere Calamandrei: “Ridurre la funzione del giudice a un puro sillogizzare vuol dire impoverirla, inaridirla, disseccarla. La giustizia è qualcosa di meglio, è creazione che sgorga da una coscienza viva, sensibile, vigilante, umana. Ed è questo calore vitale, questo senso di continua conquista, di vigile responsabilità che bisogna pregiare e sviluppare nel giudice”.