di Giansandro Merli
Il Manifesto, 16 ottobre 2026
Il rapporto Idos e la voce delle detenute in Libia. La testimonianza da Sebha: “Cinque anni di torture dai trafficanti, ora vogliamo la libertà”. In controtendenza rispetto alla percezione diffusa i fenomeni migratori sono in calo. Lo registra il Dossier statistico immigrazione 2026 realizzato dal centro Idos sui dati dell’anno precedente. Lo studio, tra i principali sul tema a livello italiano, sarà presentato in forma integrale il prossimo 27 ottobre. Le prime anticipazioni vertono sui numeri e dicono che nel 2025 le persone costrette alla fuga sono calate a livello globale e che in Europa gli arrivi sono diminuiti. La riduzione degli sbarchi sulle coste del meridione italiano, che il governo Meloni rivendica continuamente, sono dunque parte di una dinamica globale. A cui corrisponde “l’aumento di morti, privazioni dei diritti umani, ostilità verso chi salva i migranti”. Tutti fenomeni in crescita.
Così se “per la prima volta in un decennio” i migranti diminuiscono in tutto il pianeta, passando da 123,2 milioni nel 2024 a 117,8 milioni nel 2025 (-4,3%), e nonostante gli attraversamenti delle frontiere Ue scendano addirittura da 240mila a 180mila e gli sbarchi seguano la stessa tendenza, i morti nel Mediterraneo aumentano. Su quest’ultimo versante i dati sono più aggiornati: 1.733 vittime da gennaio ad agosto 2026 contro le 1.248 dello stesso periodo 2025. Bilancio comunque parziale, perché naufragi e morti sono molti di più di quelli che si possono verificare. È in questo contesto che si inserisce l’”anno zero” del Patto Ue su immigrazione e asilo, il maxi-pacchetto di regolamenti che dal 12 giugno 2026 ha trasformato radicalmente la gestione dell’asilo nel territorio comunitario estendendo su un piano di massa la possibilità di detenere i richiedenti asilo, minori compresi, e semplificando le procedure per i dinieghi delle domande di protezione e i rimpatri dei cittadini stranieri.
Un Patto che per Idos ha anche una chiara “matrice italiana” da ricercare nell’esternalizzazione dei confini sperimentata in vent’anni di accordi con Tunisia e Libia. Le intese con Tripoli hanno portato all’intercettazione di 192.788 persone tra il 2017 e il 2025. Persone catturate in mare e riportate indietro, nei centri di detenzione. Proprio da uno dei luoghi di prigionia del paese nordafricano arriva, grazie a una complicata telefonata via internet e alla traduzione di un attivista della diaspora eritrea, la voce di alcune donne. Si trovano in una stazione di polizia di Sebha da inizio settembre, dopo che i militari libici le hanno trovate in un centro di tortura dei trafficanti. Ci tengono a dire nome e cognome perché vogliono chiedere aiuto, soprattutto a Oim e Unhcr, ma per esigenze di tutela preferiamo comunque non riportare questi dati.
Racconta E.: “Sono fuggita dall’Eritrea perché non volevo essere costretta a fare il servizio militare a tempo indefinito. Sono stata venduta tre volte. A ogni passaggio i miei genitori hanno dovuto pagare dei soldi, impegnando tutte le proprietà che avevano. Fino a quando mi hanno rinchiusa in una prigione in cui ho subito di tutto. Insieme alle altre”. Il racconto si interrompe con l’affiorare dei ricordi. “Eravamo sempre seminude, ci lavavano con un tubo, subivamo violenze di ogni genere di continuo: da sole o in gruppo. Siamo state delle schiave per cinque anni”, continua. “Adesso la polizia libica non ci tortura e non subiamo aggressioni, ma siamo ancora rinchiuse in prigione. Abbiamo bisogno di assistenza medica e psicologica. Le ferite non sono solo sui nostri corpi ma anche nell’anima. Vogliamo andare in un posto sicuro, vogliamo vivere”, continua E. Le autorità hanno detto che devono ritornare nel loro paese, “ma il rimpatrio è impossibile, rischieremmo ancora la vita”.









