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di Giovanni Bianconi e Fiorenza Sarzanini


Corriere della Sera, 2 luglio 2021

 

Da Bologna a Melfi, i racconti dei soprusi subiti. Inchieste a rischio archiviazione perché le telecamere erano spente. "Alle 3 di notte, mentre dormivo nella mia cella, sono stato svegliato da quattro persone che avevano il volto coperto da un passamontagna. Mi bloccavano le braccia con delle fascette intimandomi "stai zitto, non parlare e abbassa la testa". Mentre mi trovavo ancora in pigiama e con le ciabatte venivo accompagnato presso un pullman e lungo il tragitto sono stato percosso con calci e con l'utilizzo di un bastone. Prima di farmi salire mi hanno controllato facendomi fare i piegamenti sulle gambe con i pantaloni abbassati costringendomi a mantenere la testa china. Quando sono arrivato al pullman una delle persone presenti si è rivolta agli altri dicendo "basta... lascialo". Mi tenevano sempre con la testa abbassata. Se alzavo la testa prendevo più botte". È il 17 marzo 2020. Nel carcere di Melfi, in provincia di Potenza, i reclusi stanno protestando per le restrizioni e le mancate protezioni contro il Covid-19. Per questo si decide di trasferirli in altri penitenziari. Ma prima di portarli via gli agenti di custodia li sottopongono a pestaggi. Questo, almeno, denunciano i detenuti.

Accade anche altrove. Ascoli Piceno, Modena, Rieti, Bologna. I racconti dei reclusi sono già stati acquisiti dai magistrati e dall'ufficio del Garante per le persone private della libertà. Ma sono anche stati trasmessi (o lo saranno presto) al Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria al quale la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha chiesto accertamenti ad ampio raggio. Raccontano le violenze e i soprusi lamentati da chi era agli arresti. La "mattanza" scoperta a Santa Maria Capua Vetere non è un caso isolato. Altrove le telecamere non hanno però registrato quanto è avvenuto, identificare i responsabili sarà più complicato. Ma non impossibile.

I volti travisati - L'"ispezione straordinaria" sul carcere campano, ordinata dalla ministra, è stata affidata al direttore generale dell'ufficio detenuti e trattamento: modalità inedita che sta a ribadire l'importanza che ministero e Dipartimento attribuiscono alle verifiche amministrative.

Fin dall'ottobre scorso i vertici del Dap chiesero ai magistrati informazioni sugli indagati e i capi d'accusa "necessarie e urgenti per valutare le iniziative di competenza non più procrastinabili". Non ottennero risposta. Ora il lavoro degli ispettori, su questo come sugli altri casi, si baserà sui fogli delle presenze in servizio delle guardie, sugli atti consegnati dallo stesso garante Mauro Palma e sugli esposti presentati dall'associazione Antigone. L'avvocatessa Simona Filippi assiste decine di detenuti già interrogati dai magistrati. Le inchieste avviate a Potenza e Ascoli rischiano di essere archiviate perché nelle carceri le telecamere non erano attivate e - come sottolinea il pm di Potenza Gerardo Salvia - "tenuto conto dell'esito infruttuoso dell'individuazione fotografica a cui i denuncianti sono stati sottoposti", poiché gli agenti "erano travisati".

La cella 52 - Agli atti dell'indagine di Ascoli ci sono i verbali dei reclusi trasferiti dopo le proteste dell'8 marzo nel carcere di Modena. "Alcuni di noi furono picchiati dagli agenti di Bologna anche nell'istituto di Ascoli Piceno con calci, pugni e manganellate all'interno delle celle, ad opera di un vero e proprio commando di agenti della penitenziaria", raccontano. Tra loro c'è Salvatore Piscitelli che viene trasferito "in evidente stato di alterazione fisica probabilmente per l'assunzione di metadone o altri farmaci tanto da non riuscire a camminare".

Quando arriva ad Ascoli "viene portato nella cella numero 52 della sezione posta al secondo piano. Un detenuto lo aiuta a rifare il letto in quanto lo stesso, viste le condizioni di salute, non è in grado. I detenuti avvertono gli agenti ma nulla viene disposto. La mattina seguente, il 9 marzo, il compagno di cella avverte invano il personale che Piscitelli sta molto male, emette dei versi lancinanti. Dopo poco i detenuti chiedono che venga chiamato un medico. Intorno alle 10 i detenuti avvertono che Piscitelli oramai è deceduto, che "è nel letto freddo". L'agente rileva che ormai è morto".

I depistaggi - A Melfi - dove la direttrice e il comandante delle guardie sono già stati trasferiti per altri reclami trasmessi dal magistrato di sorveglianza - un detenuto ha raccontato: "Un agente della penitenziaria mi ha immobilizzato i polsi con fascette di plastica nere simili a quelle usate dagli elettricisti. Mi hanno fatto inginocchiare e mi tenevano bloccato a terra, venivo percosso degli agenti con calci e sfollagente. Mi colpivano ripetutamente alla schiena, in testa, vicino alle gambe e nelle altre parti del corpo. Poi ci hanno fatto scendere le scale in fila indiana con la testa abbassata e venivamo insultati. Nell'area colloqui mi hanno fatto spogliare e fare i piegamenti. Ho notato alcuni detenuti con la testa rotta e sanguinante, gli occhi tumefatti, i nasi rotti".

Anche in questo caso mancano le immagini, e le ispezioni dovranno accertare se il sistema di sorveglianza fosse effettivamente fuori uso. Oppure se, come si sospetta per Santa Maria Capua Vetere, le prove possano essere state manomesse. Un "vero e proprio depistaggio", lo ha definito il giudice accusando gli agenti di aver "manipolato le fotografie scattate nelle celle per dimostrare che i detenuti "erano pronti alla rivolta con l'olio bollente da gettare addosso alle guardie". Fu il pretesto per organizzare la perquisizione straordinaria con l'intervento di personale giunto da altre carceri, diventata spedizione punitiva.