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di Gigliola Alfaro

agensir.it, 14 dicembre 2025

Il Premio Castelli è una delle tante attività messe in campo dalla San Vincenzo De Paoli a favore dei detenuti e della legalità. Ne parliamo con Antonella Caldart, responsabile del Settore Carcere e Devianza della Federazione nazionale italiana Società di San Vincenzo De Paoli Odv, in occasione del Giubileo dei detenuti. Sono molteplici le attività della Federazione nazionale italiana Società San Vincenzo de’ Paoli a favore di chi vive ristretto, ma anche per formare volontari e sensibilizzare i giovani alla cultura della legalità. “Specchio insopportabile e maledetto. Volgevo lo sguardo altrove pur di non vedere quella faccia riflessa che ogni mattina mostravi, ma tu, impietoso, mi affliggevi, esibendo il volto di un detenuto”.

Sono le parole dell’”Amico riflesso”, uno dei tre testi vincitori della diciottesima e ultima edizione del Premio Carlo Castelli, il principale concorso letterario per le persone ristrette nelle carceri del territorio nazionale, promosso dalla Federazione nazionale italiana Società San Vincenzo de’ Paoli. L’edizione di quest’anno del premio ha avuto come tema, infatti, “Mi specchio e (non) mi riconosco: non sono e non sarò il mio reato”.

“Un attimo e mi sono ritrovato nel buco più buio del mondo a scontare un errore grosso. … Mi sentivo perso, senza speranza. Il mio unico compagno era il tormento”. È un percorso di trasformazione quello raccontato da “Liberato”, della categoria minori, che ha guadagnato il primo premio con il testo “Lib(e)ro dentro” Ma il percorso di emancipazione comincia a farsi strada, grazie al dialogo con gli operatori penitenziari e con i volontari. “Ho commesso un crimine che mi vergogno di aver commesso, ma che so di aver fatto, e che mi ha legato a una versione di me stesso che oggi, guardandomi allo specchio, non riconosco. Quando l’ho fatto, la testa era piena di disperazione, gelosia e rabbia”, scrive Liberato, concludendo: “Voglio essere semplicemente ‘Liberato’, un ragazzo che ha sbagliato, ma che non si arrende alla sua storia e vuole scriverne un’altra. Una storia di riscatto, cambiamento, speranza e perdono. Ogni giorno, guardandomi allo specchio, vedo una persona diversa, anche se il dolore non può mai completamente svanire”.

Come state vivendo, come San Vincenzo De Paoli, questo tempo del Giubileo?

Come Settore Carcere e Devianza, abbiamo impostato il lavoro degli ultimi due anni, quello del pre-Giubileo e del Giubileo, promuovendo un progetto chiamato “Informazione”, che punta su azione, formazione, informazione. Partiamo dall’azione. Noi agiamo innanzitutto con le attività in carcere, dove con le nostre Conferenze in tutta l’Italia siamo presenti, attraverso colloqui e attività culturali, formative, lavoro. Inoltre, lavoriamo con le famiglie dei ristretti, molto spesso sono famiglie che vengono da posti lontani, non sanno dove dormire, non sanno come raggiungere il carcere, quindi abbiamo anche, ad esempio in Sicilia, l’accompagnamento al carcere che è fuori città, in Friuli ci sono gli appartamenti per dare ospitalità ai familiari dei detenuti. Per quanto riguarda la formazione, ne facciamo di due tipi: un percorso di formazione dedicato a chi desidera avvicinarsi al volontariato in carcere, non solo vincenziani, che finirà a gennaio, in presenza nelle Marche e con collegamenti a distanza da tutta Italia, abbiamo circa 115 iscritti. Tra i temi affrontati, i minori, le donne, le pene alternative. Gli interventi durante gli incontri sono visibili sul canale YouTube della San Vincenzo. L’altra formazione la facciamo invece nelle scuole superiori, con il progetto “ScegliAmo Bene”. L’iniziativa nasce per promuovere la cultura della responsabilità individuale e collettiva, intesa non solo come rispetto delle leggi ma, per noi che siamo di matrice cristiana, come scelta morale consapevole, capace di costruire una comunità più giusta, solidale e inclusiva. Attraverso laboratori, incontri con esperti e attività pratiche, i giovani vengono coinvolti in esperienze concrete di cittadinanza attiva, imparando a riconoscere il valore delle proprie scelte e l’importanza del ruolo di ciascuno nella società. Poi c’è la terza gamba che è l’informazione.

Cosa fate a riguardo?

Promuoviamo la mostra “I volti della povertà in carcere”, le foto sono di Matteo Pernaselci e sono state raccolte in un volume edito dalla Edb, con la prefazione del card. Matteo Zuppi e i testi di una nostra vincenziana di Roma, Rossana Ruggiero. Le 40 foto raccontano le storie di persone rinchiuse, si tratta di un modo per entrare in carcere, aprendo uno squarcio sulla vita dei ristretti, dei cappellani, degli agenti di Polizia penitenziari. È uno spaccato sulla vita del carcere che ci serve per informare la popolazione che nelle città ci sono anche le carceri, elemento che si tende un po’ a voler dimenticare. Laddove c’è la mostra e dove ci sono i laboratori per i ragazzi, organizziamo serate con il pubblico. Recentemente abbiamo avuto don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova. L’evento è stato mandato in streaming ed è stato molto seguito e ancora sono tanti gli accessi per poter rivedere l’incontro on line. La nostra prospettiva in futuro è quella di cominciare a lavorare, in rete, alla diffusione di una nuova cultura della giustizia. Il carcere e le persone che ci vivono fanno parte della nostra realtà e se noi riusciamo come società civile a capire che è solo affiancando queste persone, riconoscendo in loro la persona al di là del proprio reato, aiutandole anche a formarsi, ad avere un domani, quando escono la loro pena veramente finisce e possono avere una seconda opportunità o una terza di essere reinseriti nella nostra società. Motivo per cui in prospettiva lavoreremo molto sulle forme alternative alla detenzione, infatti abbiamo firmato da poco un protocollo con il Ministero della Giustizia con il quale accogliamo nelle nostre Conferenze persone messe alla prova.