di Agostina Pirrello
Il Manifesto, 29 maggio 2025
La retorica del male minore suona particolarmente irritante quando si tratta di diritti fondamentali: morire in mare o essere sottoposti a tortura il Libia non devono essere due opzioni tra cui scegliere. “I nostri colleghi ellenici hanno fatto del loro meglio per salvare vite” dichiarava all’indomani del naufragio di Pylos Hans Leijtens, direttore esecutivo dell’agenzia Frontex. L’affermazione di Leijtens è ora messa in dubbio dagli inquirenti greci, che la settimana scorsa hanno aperto delle indagini sulla condotta di diciassette funzionari della guardia costiera per la morte di oltre 600 persone annegate al largo del Peloponneso nel giugno 2023.
Recentemente Leijtens ha anche rotto la longeva reticenza delle autorità coinvolte nei salvataggi nel Mediterraneo centrale, dichiarando ad Euronews: “Io non voglio che le persone vengano riportate in Libia, ma questa è l’unica cosa che possiamo fare”. Che tutto d’un tratto Leijtens abbia voluto renderci partecipi dei suoi dilemmi etici sulla Libia appare quantomeno sospetto. L’improvvisa crisi di coscienza potrebbe essere spiegata dalle ultime vicende giudiziarie che hanno coinvolto l’agenzia.
Due settimane prima dell’intervista, infatti, la Corte di Giustizia dell’Ue ha chiesto per la prima volta a Frontex di presentare una propria difesa sul merito in un ricorso presentato da un richiedente asilo sudanese bloccato in Libia a causa di Frontex. Il richiedente asilo, assistito dalle ong Front-Lex e Refugees in Libya, accusa Frontex di non consentirgli di raggiungere un luogo sicuro in cui possa non essere sottoposto a gravi crimini contro l’umanità. Frontex trasmette infatti regolarmente informazioni sulle imbarcazioni di rifugiati nel Mediterraneo centrale alla Guardia Costiera Libica, senza rendere pubblici i dettagli e la frequenza di questi scambi. Recentemente, il direttore esecutivo ha ammesso che negli ultimi tre anni sono state fornite ai libici circa 2.200 localizzazioni di imbarcazioni di rifugiati, ai danni di decine di migliaia di persone. Il richiedente asilo che si è rivolto alla corte in Lussemburgo sostiene infatti che se la sua situazione in Libia è insostenibile, la sorte di chi viene recuperato in mare dai libici con l’assistenza di Frontex è ancora peggiore: come ormai ampiamente documentato, i richiedenti asilo scoperti in fuga dalla Libia vengono arbitrariamente detenuti e diventano vittime delle peggiori atrocità quali sparizione forzata, tortura, schiavitù, violenza sessuale, stupro e altri atti disumani.
La decisione presa in Lussemburgo di non dichiarare inammissibile il caso del richiedente sudanese segna un passo decisivo nel tentativo della società civile di rendere imputabile l’agenzia. Finora, tutte le azioni presentate contro le omissioni di Frontex erano state dichiarate inammissibili prima ancora di essere esaminate nel merito. Questo cambio di rotta da parte della Corte potrebbe essere stato influenzato da un altro caso recentemente discusso in Lussemburgo e che verrà deciso alla fine dell’anno, in cui un richiedente siriano ha chiesto un risarcimento danni a Frontex per non essere intervenuti mentre il richiedente veniva messo su una zattera e lasciato alla deriva nel mar Egeo dalle autorità greche.
Nel tentativo di giustificare le scelte operative della sua organizzazione, Leijtens dichiara: “Noi dobbiamo informare il Maritime Rescue Coordination Center, e se questo si trova in territorio libico, sono i libici che devono assumersi la responsabilità, e lo fanno”. Interrogato sul perché Frontex non informi esclusivamente le ong, Leijtens risponde che questo significherebbe giocare con la vita delle persone a rischio di annegare. “Non mi piace che le persone vengano riportate in Libia, ma preferisco salvare vite”, continua Leijtens nell’intervista.
La retorica del male minore suona particolarmente irritante quando si tratta di diritti fondamentali: morire in mare o essere sottoposti a tortura il Libia non devono essere due opzioni tra cui scegliere. E di fatto non lo sarebbero, dato che - come sottolineato da Iftach Cohen di Front-Lex - Frontex è obbligata, secondo il suo Regolamento, a rispettare i diritti fondamentali delle persone migranti in ogni sua azione. Leijtens sostiene di dialogare con le ong e afferma che queste siano, come Frontex, “parte dell’ecosistema”. Ma restando nella sua metafora naturalistica, Frontex al momento non può presentarsi come un qualsiasi abitante dell’ecosistema, bensì come parte dello stesso branco del predatore.











