di Sandro Ruotolo
Corriere del Mezzogiorno, 11 aprile 2026
Napoli attraversa una fase che non può più essere letta come una semplice emergenza criminale. È qualcosa di più profondo: una crisi sociale e democratica. Gli ultimi fatti di sangue - l’uccisione di un ventenne a Ponticelli, le sparatorie in pieno giorno - non sono episodi isolati, ma segnali di un equilibrio che si sta spezzando. Il punto, però, non è dire che la camorra sia diventata più forte. Il punto è riconoscere che la politica è diventata più debole. È qui il cuore del problema. Perché la camorra non è solo un’organizzazione criminale: è un sistema. Un sistema che vive e prospera quando trova spazi vuoti, quando le istituzioni arretrano, quando la politica rinuncia al suo ruolo. Pensare di affrontarla solo con il diritto penale è un errore antico e ricorrente. Non basta riempire le carceri per svuotare le piazze dalla violenza.
La storia ce lo insegna: la camorra ha radici profonde, attraversa i secoli, si adatta. Colpisce dove trova fragilità - economiche, sociali, educative - e si infiltra dove il confine tra legale e illegale diventa sfumato. Per questo l’idea che basti “inasprire le pene” è non solo insufficiente, ma illusoria. Il cosiddetto Decreto Caivano, nato sull’onda emotiva di un fatto gravissimo, risponde a una logica emergenziale che rischia di produrre più consenso che risultati. Più carcere per i minori può essere necessario in alcuni casi, ma non può essere la strategia. Perché quei ragazzi non nascono criminali: diventano criminali dentro un contesto che lo consente, quando non lo favorisce.
I numeri parlano chiaro: nel distretto di Napoli i tentati omicidi sono aumentati del 200% in un anno. Nel 2025 abbiamo avuto 8 procedimenti per omicidio a carico di minorenni, 40 per associazione camorristica, 468 per reati legati alle armi, perfino 4 per terrorismo. E le sparatorie tra giovanissimi non sono più un’eccezione. Sono diventate ricorrenti, anche in quartieri come la Sanità o i Quartieri Spagnoli, che troppo spesso raccontiamo come “liberati” dalla camorra.
La verità è che la strategia securitaria della destra non sta funzionando. Abbiamo carceri minorili sovraffollate, cresce la repressione ma non abbiamo risolto la questione criminale. Perché il problema non si risolve solo con le manette. Il problema si affronta prima. Serve prevenzione. Servono assistenti sociali, psicologi, sostegno alle famiglie. Serve scuola, serve lavoro, serve combattere davvero la povertà educativa e culturale. Perché senza prevenzione non ci sarà mai sicurezza, ogni vittoria sarà temporanea. Il vero terreno della sfida è un altro: è quello educativo, sociale, culturale.
Serve sostenere le famiglie, spesso lasciate sole, incapaci di esercitare un ruolo genitoriale in contesti difficili. Serve restituire ai ragazzi tempo, spazi, alternative. Perché un quindicenne che sta in strada alle tre di notte non è solo un problema di ordine pubblico: è un fallimento collettivo. Ma c’è un’altra Napoli che soffre, ed è quella che non spara e non delinque. È la Napoli dei giovani che studiano, che si laureano, che vorrebbero restare e invece sono costretti ad andare via. È una perdita silenziosa, ma devastante. Perché ogni talento che parte è un pezzo di futuro che si spegne. Da una parte i ragazzi che entrano nel circuito della violenza, dall’altra quelli che abbandonano la città. In mezzo, una politica che fatica a costruire opportunità e a garantire diritti. È questo il vero corto circuito.
E poi c’è la responsabilità della cosiddetta “città bene”. L’indignazione non basta, se non è accompagnata da scelte coerenti. Perché la camorra non vive solo nelle periferie: vive anche nei circuiti economici, nelle professioni, nei rapporti opachi tra impresa e illegalità. Quando si accettano quei compromessi, quando si chiudono gli occhi, si diventa parte del problema. L’indifferenza oggi è complicità. La legalità non è solo un principio astratto: è una pratica quotidiana. È fatta anche di cose apparentemente semplici: strade illuminate, spazi curati, edilizia popolare dignitosa. L’arredo urbano è sicurezza. La manutenzione è presenza dello Stato. Il degrado, al contrario, è terreno fertile per il controllo criminale.
Ma tutto questo non basta senza una politica che torni a essere credibile. Che esca dalle logiche di appartenenza e torni nei territori, tra le persone. Che ascolti, che costruisca, che si assuma responsabilità. Perché la verità è semplice, anche se scomoda: la camorra arretra solo quando la politica è forte. Quando la politica è debole, la camorra riempie il vuoto. E Napoli, oggi, questo vuoto lo sente tutto.











