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di Viviana Lanza

Il Riformista, 1 aprile 2022

In Campania si contano 165 detenuti in regime di semilibertà che, per effetto dei provvedimenti straordinari adottati per via dell’emergenza Covid e delle proroghe delle misure anti-contagio, da due anni hanno la possibilità, dopo il lavoro, di non fare rientro in carcere ma nelle proprie abitazioni. Da quando sono in vigore queste misure eccezionali nessuno di questi 165 risulta aver commesso violazioni, a nessuno risultano essere state contestate infrazioni.

Una buona prassi, insomma. Una fiducia che, concessa per un motivo eccezionale (la pandemia), ha tracciato una nuova strada. Perché non continuare a percorrerla a questo punto? Si eviterebbe che questi 165 detenuti “virtuosi” tornino ad affollare le celle e le carceri. “Non è possibile immaginare che il 31 dicembre, al termine della proroga dei provvedimenti adottati per l’emergenza Covid, queste persone tornino a dormire in carcere come prevede il loro status di semilibertà”, spiega il garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello.

“Non hanno commesso infrazioni, perché non riconoscere a queste persone dei ristori?”, aggiunge Ciambriello che questa proposta l’ha sottoposta all’attenzione della ministra della Giustizia Marta Cartabia, allineandosi alla proposta del portavoce dei garanti dei detenuti italiani, Stefano Anastasia, nel corso dell’evento “Dignità e reinserimento sociale: quali carceri dopo l’emergenza?”, organizzato dalla Conferenza dei Garanti delle persone private della libertà e dalla Conferenza nazionale del volontariato della Giustizia a Roma. Anastasia, in questo senso, ha chiesto al Parlamento un “atto di giustizia”.

Il garante Ciambriello ribadisce la proposta: “In tutta Italia parliamo di settecento persone, in Campania di 165. Sono persone che hanno dato prova di affidabilità e correttezza, da marzo 2020 a dicembre 2022 hanno la possibilità di andare a lavoro e rientrare la sera nelle proprie case invece che nelle celle del carcere. A fine 2022, quando scadrà il termine di questi provvedimenti straordinari, è impensabile una loro regressione nel loro percorso di reinserimento, un loro rientro in carcere come se nulla fosse accaduto. A queste persone bisogna dare dei ristori, sarebbe un segnale. Del resto questo è il momento di ripensare all’intero sistema penitenziario, ci sono interventi che non si possono più rimandare - spiega Ciambriello - Anche la ministra Cartabia ha parlato di piccoli segnali ma è necessario che dalle parole si passi ai fatti, c’è bisogno poi di attuarlo nel concreto il cambiamento. E cominciare dai detenuti in semilibertà sarebbe un passo”.

Cambiare le carceri per cambiare il carcere è un altro passaggio chiave. “La ministra, alla quale va riconosciuto il merito di essere una donna aperta al dialogo e di aver accettato dei garanti e del mondo del volontariato a un confronto aperto, ha messo l’attenzione su aspetti fondamentali: la dignità dei detenuti, che va tutelata anche rendendo dignitosi gli spazi della pena, e l’innovazione del sistema, che passa attraverso nuove misure amministrative e regolamentari”, aggiunge Ciambriello senza nascondere le sue perplessità rispetto alle possibili iniziative politiche. “Il Parlamento è diviso su questi temi, ho trovato timidi anche gli interventi che ci sono stati nel corso della Conferenza - afferma il garante campano -. Sono tutti presi dalla riforma del Csm, ma non bisogna trascurare il carcere. Questi due anni di pandemia hanno pesato sulla vita in carcere, hanno innalzato nuovi muri. Il numero degli atti di autolesionismo, dei tentativi di suicidio e degli scioperi, non solo della fame ma anche dell’assistenza sanitaria, è aumentato. Inoltre si riscontra una diffusa carenza di vicedirettori, di educatori e mediatori. Basti pensare che in Campania ci sono 69 educatori su 104 e cinque mediatori per una popolazione detenuta straniera di 901 persone”.