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di Vinicio Marchetti

avellinotoday.it, 4 maggio 2026

Emergenza idrica, sovraffollamento e assenza di risposte negli istituti penitenziari napoletani e irpini. Claudia Cavallo, criminologa, referente regionale di Liberi Liberi Articolo 27 e membro dell’Osservatorio delle persone private della libertà personale della Regione Campania, ha deciso di parlare. Lo ha fatto con il peso di chi entra in quei posti, vede, e porta fuori quello che vede. Nel mirino tre istituti penitenziari campani: Bellizzi Irpino, Carinola, Poggioreale. Il problema principale ha un nome banale, quotidiano, elementare. L’acqua. Quella che manca. A Bellizzi Irpino e Carinola i rubinetti restano spesso a secco, senza preavviso e senza spiegazioni. A Poggioreale funziona diversamente: l’acqua c’è, ma solo fino alle undici del mattino. Poi sparisce fino alle quattro del pomeriggio. Cinque ore. Ogni giorno.

Le segnalazioni non vengono da ispettori o commissioni: arrivano su carta, scritte a mano, dalle celle. “È una situazione indegna di un Paese civile”, dice Cavallo. “L’acqua è un bene primario: senza acqua non c’è igiene, non c’è salute, non c’è dignità. Ci sono detenuti che non riescono neanche a lavarsi”. L’acqua che manca non è un problema isolato. Cade sopra un sistema già a pezzi: celle sovraffollate, organici ridotti all’osso, muri che cadono, menti che cedono. Cavallo entra in quegli istituti con gli occhi di chi studia il comportamento umano e ne esce con qualcosa che i numeri non riescono a dire del tutto. “Come criminologa e operatrice”, spiega, “vedo ogni giorno gli effetti devastanti: disagio psichico, autolesionismo, tensioni continue. Il carcere, così com’è, non cura, non rieduca, ma distrugge”.

L’articolo 27 della Costituzione è lì, scritto nero su bianco da decenni: le pene devono tendere alla rieducazione. È un principio che molti citano e pochi misurano sui fatti. Cavallo lo misura. E il conto non torna. “Ma davvero vogliamo continuare a parlare di funzione rieducativa della pena? Come può un detenuto uscire rieducato da un luogo dove gli viene negata perfino l’acqua?”, chiede. Poi va oltre: “Non ho capito: il carcere serve a espiare la pena o a infliggere una tortura quotidiana? Perché se le condizioni sono queste, allora non stiamo parlando di esecuzione della pena, ma di qualcosa di molto più grave”. La conclusione è senza sconti: “Così il carcere non rieduca, ma rincattivisce. Non restituisce cittadini migliori, ma persone ancora più fragili, arrabbiate, distrutte”.

Non è solo una questione italiana. L’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo lo dice in modo netto: nessun trattamento inumano o degradante. La Corte di Strasburgo ha condannato più volte Stati membri per condizioni carcerarie esattamente come queste. Il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura ha scritto standard precisi: acqua, igiene, vivibilità minima. Non lussi. Minimi. “Se manca tutto questo”, dice Cavallo, “non siamo più nell’ambito della pena, ma in quello del trattamento degradante. E questo è inaccettabile”.

Le lettere dai detenuti continuano ad arrivare. Le denunce si accumulano. Dall’altra parte, niente. Nessuna risposta ufficiale, nessun provvedimento, nessuna voce che si alzi dalle stanze dove si dovrebbero prendere decisioni. “Stanno denunciando da tempo. E il silenzio delle istituzioni è assordante”, afferma Cavallo. “Non capisco perché nessuno intervenga seriamente. Qui non si tratta di ideologia, ma di diritti umani fondamentali. Uno Stato che priva dell’acqua i detenuti è uno Stato che deve interrogarsi profondamente su sé stesso”, conclude.