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di Viviana Lanza

Il Riformista, 6 aprile 2022

A Napoli e provincia su circa 5.400 persone in area penale esterna si contano 24 assistenti sociali. Gli educatori sono ancora meno. Secondo i dati forniti dal garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello, solo l’Uepe di Napoli, cioè l’ufficio che si occupa dell’esecuzione penale esterna e quindi di favorire il reinserimento sociale delle persone che hanno subito una condanna definitiva, conta 10mila pratiche inevase. “Ma di cosa parliamo….” esclama a braccia aperte il garante regionale snocciolando cifre che descrivono le criticità del sistema. Se in tutta Italia si contano 110mila soggetti in area penale esterna, in Campania si è arrivati a 7.400. Di qui l’importanza della giustizia ripartiva e della mediazione penale come strumento non più da affiancare ma proprio da integrare a quelli tradizionali.

Il convegno “Mediazione penale e Mediazione minorile”, promosso dal garante Ciambriello, è stata l’occasione per affrontare il tema della giustizia riparativa da diverse angolazioni, lanciando uno sguardo al futuro della mediazione penale nel processo giudiziario. “La giustizia tradizionale e quella ripartiva devono mantenere la loro autonomia - spiega Ciambriello - ma non possono rinunciare alla ricerca e all’individuazione di momenti di connessione e di comunicazione, a cominciare dalla condivisione delle regole di partenza”. C’è da tracciare un nuovo percorso. “Noi - aggiunge il garante - non stiamo mettendo in campo soluzioni da consegnare ai comitati di esperti della ministra della Giustizia, i nostri sono viottoli di campagna. La scorsa settimana noi garanti regionali e territoriali abbiamo incontrato la politica assente e la ministra Cartabia, la quale ci ha detto che siamo antenne sul territorio e che dobbiamo far arrivare a lei momenti di sperimentazione. Ecco - afferma Ciambriello - noi qui stiamo mettendo in campo un modello di giustizia diverso ma non incomunicabile con i metodi che già ci sono”.

Quello tradizionale è un modello che guarda al passato, ricostruisce fatti per raccogliere prove che i giudici utilizzeranno per emettere sentenze. “Ma vale ricordare che nella nostra Italia democratica queste “prove” hanno portato in carcere ben 27mila innocenti”, sottolinea Ciambriello. Ed ecco, quindi, l’importanza del mediatore in un modello di giustizia ripartiva. “Il mediatore - dice il garante - è un educatore che mette in moto la storia dei protagonisti e tira il meglio dalle persone. È come un ago che serve a ricucire quello che si è rotto. È camminando che si apre il cammino”. E questo cammino verso la giustizia ripartiva ha animato anche l’avvio di due corsi di formazione per mediatori penali e mediatori penali minorili, patrocinati dal garante dei detenuti della Campania ed erogati dall’Associazione italiana mediatori penali e dall’Associazione italiana risoluzione alternativa conflitti.

“Oggi - aggiunge Ciambriello - non si può non tenere conto di un modello di giustizia diverso da quello punitivo. La giustizia riparativa potrebbe essere un buon rimedio ad inadeguatezze e limiti della giustizia tradizionale. La mediazione penale, e accanto ad essa altre forme di giustizia riparativa, può costituire uno strumento non per negare il conflitto, se pur impegnativo e doloroso, ma per affrontarlo in prima persona con coloro che sono coinvolti”. La mediazione coinvolge tutti i protagonisti di una vicenda: il responsabile del reato, la vittima e l’intera collettività. Se immaginiamo il responsabile del reato su una strada e la vittima su una strada opposta, la mediazione può essere descritta come una terza strada, il percorso alternativo da trovare per riparare nel senso di responsabilizzare l’autore del reato, come sottolineato anche da Giuseppe Centomani, dirigente del Centro di giustizia minorile della Campania, ma anche per dare una dignità alla vittima, mettendola al centro del percorso di responsabilizzazione e sollevandola dal ruolo marginale che spesso ha nei processi e nei percorsi della giustizia tradizionale.