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di Maria Ylenia Manzo

istituzioni24.it, 23 aprile 2026

Si è svolta questa mattina, nell’Aula del Consiglio Regionale della Campania, la presentazione della Relazione 2025 del Garante dei detenuti Samuele Ciambriello. Un appuntamento centrale per fare il punto sulle condizioni del sistema penitenziario regionale, tra criticità strutturali e prospettive di riforma. All’incontro sono intervenuti il presidente del Consiglio regionale Massimiliano Manfredi, il presidente della Regione Roberto Fico e il componente del Collegio del Garante nazionale dei detenuti Mario Serio, contribuendo a delineare un quadro articolato sulle sfide ancora aperte e sull’urgenza di garantire dignità e percorsi di reinserimento per la popolazione carceraria.

Un sistema sotto pressione, segnato da criticità croniche ma attraversato anche da segnali di speranza. È questo il quadro che emerge dalla Relazione annuale 2025 del Garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Samuele Ciambriello, presentata al Consiglio regionale della Campania. Un documento articolato che prova a restituire, con dati e testimonianze, una fotografia realistica del “pianeta carcere” e dell’intero percorso dell’esecuzione penale.

Il nodo centrale resta il sovraffollamento. In Campania si contano 7.826 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di poco più di 6.100 posti, con istituti come Salerno, Benevento e Poggioreale ben oltre i limiti. Un dato che incide direttamente sulla qualità della vita detentiva e sulla possibilità concreta di attuare la funzione rieducativa della pena. Non a caso, Ciambriello insiste sulla necessità di ampliare il ricorso alle misure alternative, soprattutto considerando che migliaia di detenuti hanno pene residue inferiori ai tre anni.

Accanto al sovraffollamento, emerge con forza il tema del disagio psichico. I numeri parlano di una realtà allarmante: suicidi, tentativi di suicidio e atti di autolesionismo continuano a rappresentare una costante drammatica. Nel 2025, in Campania si sono registrati 7 suicidi e oltre mille episodi di autolesionismo. Dati che, secondo il Garante, evidenziano una carenza strutturale nell’assistenza sanitaria e psicologica, aggravata dalla limitata disponibilità di posti nelle articolazioni per la tutela della salute mentale.

Critica anche la situazione del personale: mentre la popolazione detenuta cresce, diminuiscono gli agenti di polizia penitenziaria e restano elevati i livelli di aggressioni e tensioni interne. A ciò si aggiunge l’alta percentuale di detenuti con dipendenze (oltre il 27% in Campania), che richiede interventi sanitari e sociali più incisivi. Non mancano però elementi positivi. Il lavoro e la formazione continuano a rappresentare strumenti fondamentali di reinserimento, anche se ancora limitati nei numeri: meno di un terzo dei detenuti è coinvolto in attività lavorative e sono pochi quelli inseriti in percorsi esterni. Allo stesso modo, emergono esperienze virtuose legate a progetti educativi, culturali e universitari, che dimostrano come il carcere possa diventare un luogo di cambiamento reale.

Particolare attenzione è dedicata anche ai minori, con un quadro definito “complesso e preoccupante”: aumento dei reati gravi, contesti sociali fragili e un sistema che spesso interviene troppo tardi, quando il disagio è già esploso. Per Ciambriello, la risposta non può essere solo repressiva, ma deve puntare su prevenzione, educazione e inclusione. Nel complesso, la Relazione lancia un messaggio chiaro: il carcere non può restare una risposta emergenziale. Servono investimenti strutturali, maggiore integrazione tra istituzioni e un rafforzamento delle politiche sociali territoriali. Perché, come ha sottolineato lo stesso Garante in chiusura, “chi sbaglia non deve solo pagare, deve cambiare”. Un principio che richiama anche le parole di Italo Calvino, citato da Ciambriello: “non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire”. Una sintesi efficace di una sfida che riguarda non solo il sistema penitenziario, ma l’intera società.

Alle parole forti e dense di responsabilità pronunciate da Samuele Ciambriello si è collegato l’intervento di Mario Serio, che ha ampliato lo sguardo dal piano regionale a quello nazionale e culturale, sottolineando come il tema dei diritti delle persone private della libertà si inserisca oggi in un contesto tutt’altro che favorevole. Serio ha parlato apertamente di un momento storico “non propizio”, segnato da segnali politici e istituzionali che rischiano di andare in direzione opposta rispetto alla tutela dei diritti fondamentali. Un quadro che, secondo il giurista, rende ancora più urgente il ruolo delle autorità di garanzia, chiamate per natura a restare indipendenti e a contrastare ogni tentativo di compressione dei diritti. “Non è tollerabile”, ha ribadito, che scelte legislative o amministrative possano sacrificare la centralità della persona, soprattutto quando si tratta di chi vive una condizione di restrizione della libertà.

Nel suo intervento, Serio ha insistito sulla necessità di rafforzare la cooperazione tra garante nazionale e garanti territoriali, definiti “di prossimità”, evidenziando come non si tratti di costruire gerarchie, ma una rete integrata di intervento capace di incidere concretamente. Una sinergia indispensabile, soprattutto di fronte a criticità strutturali come il sovraffollamento carcerario e il fenomeno dei suicidi, che - ha sottolineato - non possono essere letti separatamente dalle condizioni materiali di vita negli istituti.

A chiudere il quadro istituzionale, le parole del presidente della Regione Campania Roberto Fico hanno riportato il dibattito su un piano operativo e politico. Fico ha sottolineato come il tema delle persone private della libertà non sia marginale, ma centrale per la qualità democratica del Paese. Richiamando l’Articolo 27 della Costituzione italiana, ha ribadito che la funzione rieducativa della pena rappresenta un criterio concreto per misurare la credibilità delle istituzioni.

Nel suo intervento, Fico ha evidenziato in particolare il ruolo delle Regioni, chiamate a intervenire su sanità, salute mentale, dipendenze, formazione e inclusione sociale. Ha parlato della necessità di rafforzare la sanità penitenziaria, garantire continuità terapeutica e investire nella prevenzione del disagio psichico, definito uno dei nodi più urgenti del sistema. Ampio spazio è stato dedicato anche ai minori, con l’invito a puntare su educazione, formazione e reti territoriali per contrastare una devianza sempre più radicata in contesti di fragilità sociale. A completare il quadro emerso durante la presentazione della Relazione 2025, le parole di Samuele Ciambriello da noi raccolte a margine dell’evento restituiscono, in forma diretta, la dimensione concreta e quotidiana delle criticità illustrate nel suo intervento.

Come si può collocare la situazione campana nel contesto nazionale delle carceri italiane?

“Dopo la Lombardia siamo la regione con il più alto numero di detenuti. Insieme a Lombardia e Lazio abbiamo anche un triste primato: più suicidi e più decessi per altre cause. Il sovraffollamento è il nodo principale: in Campania abbiamo circa 2.000 detenuti in più rispetto alla capienza. A Poggioreale ci sono celle con 9-10 persone e letti a castello alti due metri. Ho provocatoriamente detto al ministro: date un casco ai detenuti, perché cadono. Questo per dire che chi sbaglia perde la libertà, ma non la dignità, che non è negoziabile. Il sovraffollamento è quindi anche una violazione dei diritti. Lo Stato stesso lo riconosce: migliaia di detenuti hanno ottenuto risarcimenti grazie alla Sentenza Torreggiani per trattamenti inumani e degradanti. Ma il paradosso è che lo Stato paga senza risolvere il problema strutturale. È una contraddizione evidente”.

Quali sono le principali emergenze oggi?

“L’aumento dei detenuti tossicodipendenti è impressionante: su circa 64.000 detenuti in Italia, 17.000 lo sono; in Campania oltre 2.100. Poi c’è il dato delle pene brevi: abbiamo centinaia di persone con meno di tre anni da scontare. Che senso ha tenerle in carcere? Servono misure alternative e un maggiore impegno anche della magistratura di sorveglianza. La politica nazionale continua a considerare il carcere una risposta semplice a problemi complessi. Si introducono nuovi reati, si irrigidisce il sistema, ma non si affrontano le cause. Serve passare dalla “pancia” al “senso” delle decisioni”.

Quali interventi concreti sono possibili nel breve periodo?

“Depenalizzare i reati minori, aumentare le misure alternative per tossicodipendenti e persone con disturbi psichici, e soprattutto investire in figure fondamentali: psicologi, educatori, assistenti sociali. Abbiamo 29.000 persone nell’area penale esterna in Campania, ma pochi operatori. Senza supporto, il rischio di recidiva resta alto. Il 75% di chi sconta tutta la pena in carcere torna a delinquere. Tra chi accede alle misure alternative, invece, l’89% non torna più dentro. Questo dimostra che quella è la strada giusta”.

Un’intervista che rafforza un messaggio chiaro: il carcere non può essere solo risposta punitiva, ma deve diventare un luogo reale di cambiamento, dove la dignità della persona resta il punto di partenza e non una concessione.