di Francesca Menna
Corriere del Mezzogiorno, 23 aprile 2026
“Le carceri minorili stanno scoppiando dopo il decreto Caivano”. Non ha usato mezzi termini il procuratore generale della Corte d’Appello di Napoli, Aldo Policastro, alla presentazione, in consiglio regionale, della relazione annuale (2025) sui detenuti. “Se si sceglie un sistema “carcerocentrico”, come ha fatto questo Governo, è necessario portarlo avanti fino in fondo costruendo strutture civili, adeguate e dignitose. Altrimenti - ha concluso - la pena in condizioni di inciviltà o scarsamente dignitose, diventa un dolore inutile e dannoso per la società. A mio parere l’eccessiva penalizzazione di una serie di reati e l’aggravamento delle pene sta portando esattamente in questa direzione”.
Sono complessivamente 159 i ragazzi (dai 14 ai 17 anni) e giovani adulti (dai 18 ai 25) trattenuti negli Istituti penali per minorenni (Ipm) di Nisida e Airola, secondo i dati aggiornati al 31 dicembre 2025. Di questi, 143 hanno tra i 14 e i 17 anni, confermando la prevalenza minorile nel circuito detentivo regionale. “È evidente che si tratta di un fallimento”, ha sottolineato il garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello. Nel 2025, infatti, sono stati oltre 6.000 i minori coinvolti nel sistema penale in Campania - tra fermati, denunciati, affidati ai servizi sociali o inseriti in comunità e istituti - per un totale di circa 2.700 reati. Alcuni dei quali molto gravi come omicidi, tentati omicidi, violenza sessuale e possesso d’armi.
“Il problema - ha continuato Ciambriello - è la precarietà culturale, non solo quella economica, l’80% dei circa 17 mila minori che hanno commesso reati in Italia nel 2025 ha vissuto esperienze di dispersione scolastica. Per questo la risposta al disagio, alla devianza e alla microcriminalità non può essere solo il carcere”.
Il garante ha anche ricordato che tre anni fa, prima dell’attuazione del decreto Caivano, in tutta Italia si contavano appena 302 minori detenuti in 17 istituti, diventati oggi 599 anche a seguito dell’apertura di nuovi Ipm a Lecce, L’Aquila e Treviso. Il problema delle carceri minorili riflette le criticità strutturali dell’intero sistema detentivo.
Il sovraffollamento resta il problema principale tanto che non si può più parlare di “emergenza”, ma di una condizione cronica che dura da oltre vent’anni. In Campania si contano 7.826 detenuti, con un esubero pari a 1.653 persone rispetto a una capienza regolamentare di 6.173. Tra i maggiori istituti penitenziari della regione, è la Casa circondariale di Salerno a guidare la classifica del sovraffollamento con un indice pari al 162%, seguita da Benevento (154%) e Napoli Poggioreale (134%). Un’altra fonte di sofferenza è la qualità della vita detentiva, di cui i decessi rappresentano uno degli aspetti più drammatici: alla fine del 2025 si registrano 21 morti, di cui 7 suicidi (6 negli istituti penitenziari e uno nella Rems di San Nicola Baronia). A questi si aggiungono 152 tentativi di suicidio, 1.033 atti di autolesionismo, 894 aggressioni ai danni di detenuti e personale, 10 evasioni e 947 scioperi della fame o della sete.
Ad avere un impatto diretto anche sulla sicurezza è la diffusione del disagio psichico: “Un dato particolarmente allarmante riguarda la presenza di persone con fragilità: in Campania quasi un terzo dei detenuti è tossicodipendente (il 27,15%, ndr)”, ha detto il garante sottolineando la scarsità di medici, psicologi e psichiatri nelle carceri. Anche le Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, strutture sanitarie destinate a casi specifici) sono insufficienti. In Campania ne sono attive solo due, con una capienza complessiva di circa 40 pazienti, tutti uomini.
Restano numerose le persone in lista d’attesa, mentre mancano strutture intermedie e comunità di accoglienza, soprattutto per i minori con doppia diagnosi. C’è poi il dato sulla recidiva: il 75% delle persone che esce dal carcere vi fa ritorno. “Dobbiamo incrementare - ha concluso Ciambriello - quel 25% che invece riesce a reinserirsi. Persone che durante la detenzione incontrano volontari, partecipano a corsi di formazione e vivono esperienze positive”. Nell’ultimo anno sono stati rafforzati gli organici di assistenti sociali ed educatori (34 e 23 unità rispettivamente sul 2024), ma restano insufficienti.









