di Camilla Curcio
Il Sole 24 Ore, 19 luglio 2025
L’intervista a Lucia Castellano, provveditrice regionale dell’Amministrazione penitenziaria della Campania: “Non basta offrire opportunità di lavoro, serve responsabilizzare i detenuti”. Plasmare un carcere “umano” e attento ai diritti delle persone non è una missione impossibile. E passa da una sinergia positiva che mette in campo azioni di sistema mirate, investimenti intelligenti e percorsi di reintegro sociale proiettati oltre le quattro mura della cella. Ne è convinta Lucia Castellano, provveditrice regionale dell’Amministrazione penitenziaria della Campania e, tra i vari incarichi, anche ex direttrice del carcere di Bollate.
Spazi insufficienti, suicidi in aumento, temperature critiche. Oggi le carceri versano in condizioni difficili: come si può sbloccare questa situazione?
Si sta intervenendo con un piano di riqualificazione edilizia - affidato a un commissario straordinario - e tutti i provveditori sono stati ingaggiati in un percorso accelerato per recuperare posti chiusi o a rischio chiusura. Stiamo facendo una corsa contro il tempo, con un lavoro di rete notevole e impiegando tutte le risorse possibili. E per il caldo sono state approntate misure di emergenza, come nebulizzatori e spostamento degli orari dei cortili passeggio.
Spingere sulle misure alternative potrebbe ridurre il sovraffollamento?
Stiamo lavorando con gli uffici di esecuzione penale esterna (Uepe) e le magistrature di sorveglianza per accelerare i flussi in uscita. Non solo: abbiamo anche in ballo diversi progetti con le regioni e la Cassa ammende per l’accoglienza in misura alternativa. Anche in questo caso, serve la collaborazione di più enti: dalle carceri ai provveditorati, passando per Uepe, Regioni, istituzioni e Terzo settore. Perché c’è un altro tema dirimente: molti detenuti non possono scontare la pena in misura alternativa perché non hanno un posto dove andare né una struttura che li accolga.
Quindi, dato il quadro complesso, come bisognerebbe agire per arrivare a un sistema che tuteli i detenuti?
L’obiettivo è evitare trattamenti disumani e degradanti, come impone la Costituzione. Credo, però, che il carcere da solo non possa farcela, è solo un pezzo di città. Ognuno deve fare la propria parte: le strutture sportive possono dare un contributo con campi e palestre. Scuola e università con piani formativi efficaci. Occorre fare affidamento su un pensiero collegiale, che non inizi e finisca col carcere e metta al centro i detenuti e i loro bisogni.
Parlando di reinserimento. Tra ieri e oggi cosa è cambiato e cosa ancora c’è da fare?
Tra ieri e oggi, forse è subentrata una consapevolezza diversa. Quello che ieri era un’eccezione, ad esempio il carcere di Bollate, oggi è un obiettivo interiorizzato dal Dap. E poi è essenziale, lo ripeto, predisporre azioni di sistema, che partano da Roma e si irradino a tutte le periferie. Come il progetto “Recidiva zero” che stiamo portando avanti con il Cnel per creare un ponte tra detenuti e imprese. O quello che stiamo facendo in Campania con Coldiretti, mettendo a frutto i sei ettari del carcere di Carinola e gestendo un laboratorio dove vengono essiccati prodotti provenienti anche dagli istituti di Aversa o Arezzo. Creare, insomma, una filiera virtuosa: sono queste le soluzioni che agevolano il reintegro di detenuti ed ex detenuti.
Pensa che il modello del carcere di Bollate possa diventare uno standard?
L’obiettivo è quello. In primis, creando occasioni di lavoro vero e superando il sistema delle lavorazioni penitenziarie. Sistema che, usato al 95% al Sud, assicura occasioni professionali pagate dall’Amministrazione penitenziaria ma non qualificanti. Bisogna, invece, far sì che aziende e grandi associazioni di categoria garantiscano ai detenuti assunzioni alle dipendenze di terzi, che possano poi stabilizzarsi all’esterno. In che modo? Puntando, ad esempio, sulle cooperative sociali e incentivando l’imprenditoria privata. Il vantaggio sarebbe doppio: l’imprenditore può portare un pezzo della sua attività in carcere, godendo del comodato gratuito del laboratorio e degli sgravi della legge Smuraglia, il detenuto può contare su una chance di lavoro (e reinserimento) che non si esaurisce con la fine della pena.
Da qui al futuro, quali sono gli obiettivi da raggiungere per rendere il reintegro strutturale e superare le criticità?
Penso che l’azione di sistema predisposta dal Dap vada declinata in modo quanto più parcellizzato possibile sui territori. Si devono intercettare le risorse che un’area può offrire e collocare i detenuti nel perimetro giusto. Poi è importante ribadire che il lavoro, da solo, non basta. È una condizione necessaria ma non sufficiente al reintegro perché ci sono persone non abituate a lavorare o abituate a lavori con guadagni facili. E in questo caso il sistema di reintegro trova una concorrenza dura a morire. Serve un’opera di osservazione e studio dei singoli individui, oltre che di responsabilizzazione. Non basta offrire cento posti di lavoro, ma è fondamentale lavorare con psicologi, educatori, direttori, magistrati per verificare la tenuta dei detenuti e affiancarli in un percorso faticoso. Bisogna procedere con attenzione ma il reinserimento resta una scommessa su cui puntare. Perché ce lo dice la Costituzione. E perché, altrimenti, la pena non avrebbe alcun senso.











