da Associazione Il Carcere Possibile Onlus
Il Dubbio, 10 aprile 2020
Tanti contributi oltre la rabbia e la preoccupazione. dagli istituti campani raccolta fondi per il "Cotugno" e disponibilità a donare sangue a Secondigliano si producono mascherine. Nel corso delle ultime settimane, sperando che non accadesse l'irreparabile, abbiamo offerto tutto il nostro contributo al governo nel cercare soluzioni che consentissero di salvaguardare la salute dei detenuti di fronte all'inesorabile avanzata del virus all'interno delle carceri, ma il ministro della Giustizia è rimasto sordo ad ogni ragionevole richiesta.
Un detenuto è morto e tanti sono i contagiati. L'intero mondo giuridico (e non solo) sta cercando con pazienza di spiegare al ministro feroce che il sovraffollamento carcerario è un potenziale moltiplicatore micidiale del contagio e che non è sufficiente un muro di cinta ad impedire al virus di entrare. Il nuovo nemico cammina con le nostre gambe ed ogni giorno, all'interno dei penitenziari, vi è l'ingresso degli agenti di polizia penitenziaria e del personale amministrativo. "Il carcere, essendo chiuso ed isolato, è il luogo più riparato dal contagio della pandemia" ha tuonato il Procuratore Gratteri nei giorni scorsi.
Vorremmo poterle credere signor Procuratore, ma l'ecatombe all'interno delle case di riposo (o, se si preferisce, delle Rsa) narra tutta un'altra storia. Ed allora vi è un'unica via da percorrere per tutelare la salute di tutti i cittadini reclusi: bisogna scarcerare subito il maggior numero possibile di detenuti.
Lo ha evidenziato nei giorni scorsi, con una importantissima nota, anche il Procuratore Generale presso la Cassazione - Giovanni Salvi - che ha esortato tutti i magistrati a valutare come primario il diritto alla salute dei detenuti (definitivi ed in attesa di giudizio) e dunque a utilizzare tutti gli strumenti che la legge consente per ridurre sensibilmente la popolazione carceraria ritenendo, evidentemente, inidonee le misure sino ad ora messe in campo dal governo.
Nelle more il tempo corre velocemente, il rischio che all'interno del carcere scoppi una bomba epidemiologica si fa sempre più alto e con esso cresce la paura (che si fa panico) dei detenuti. Cresce la loro angoscia e certamente un forte senso di smarrimento incrementato dall'assenza dei colloqui con i familiari e dall'assenza di attività trattamentali. Nonostante tutto però, i detenuti stanno cercando di reagire e di dare il loro contributo di solidarietà al mondo esterno. Dalle mura alte e robuste delle carceri si alza non soltanto una richiesta disperata di aiuto, ma anche la voce di chi ha voglia di rendersi utile alla società in un momento di bisogno e scoramento.
Di chi ha voglia di sentirsi parte della comunità. Ecco perché non si può non plaudire a tutte le iniziative messe in campo in questo momento dai reclusi di tutta Italia. In Campania, ad esempio, presso il carcere di Poggioreale molti detenuti hanno organizzato, grazie al coordinamento del direttore dell'istituto, una raccolta fondi da destinare all'ospedale Cotugno di Napoli.
Al contempo, i detenuti di Secondigliano e le detenute di Pozzuoli non soltanto hanno già inviato donazioni in danaro alla medesima struttura sanitaria, ma si sono dichiarati disponibili a donare il proprio sangue da destinare agli ospedali che dovessero averne bisogno, così come comunicatoci dalle direttrici degli istituti penitenziari.
Ed ancora, i detenuti del carcere di Secondigliano si stanno cimentando nella lavorazione di mascherine cosiddette "home made" o più propriamente "prison made". Ecco, nonostante la paura ed il senso di abbandono, i detenuti stanno cercando di far sentire la loro presenza: tendono la mano e donano quello che possono, quel poco che hanno a disposizione mostrando al ministro indifferente il volto dell'umanità.










