di Fabio Iuorio
ilmeridianonews.it, 24 luglio 2026
Dietro l’ordine del giorno depositato in Consiglio regionale c’è una domanda più profonda di qualsiasi cavillo giuridico: quanto affetto può sopravvivere alla reclusione? Qualche giorno fa a Napoli in Consiglio regionale i consiglieri di Alleanza Verdi e Sinistra Rosario Andreozzi e Carlo Ceparano hanno depositato un ordine del giorno che chiede alla Regione Campania di sostenere la realizzazione delle cosiddette “stanze dell’affettività” negli istituti penitenziari del territorio, veri e propri spazi riservati ai colloqui intimi tra detenuti e partner, senza il controllo visivo del personale. Si parla di sesso, certo, ma ridurre la questione a questo sarebbe l’ennesimo modo di non guardarla davvero. Si parla di corpi, di identità, di legami che lo Stato ha deciso per decenni di spezzare insieme alla libertà.
Come si è arrivati fin qui? L’atto prende le mosse dalla sentenza 10 del 2024 della Corte costituzionale, che ha dichiarato “illegittimo il divieto assoluto di colloqui riservati tra le persone detenute e il coniuge, il partner dell’unione civile o la persona stabilmente convivente”, una decisione che ha aperto la possibilità di incontri senza sorveglianza diretta, riconoscendo l’affettività come parte della tutela della dignità della persona e della funzione rieducativa della pena, non come una concessione da elargire a chi si comporta bene. Da quella sentenza ad una stanza vera però il passo è lungo, e l’ordine del giorno campano lo dimostra: chiede al presidente della Regione Roberto Fico di promuovere protocolli con il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, il Garante dei detenuti e le Asl competenti, propone di valutare risorse regionali per adeguare gli spazi e finanziare progetti a sostegno delle relazioni familiari, istituisce un tavolo tecnico permanente con direzioni carcerarie e Terzo settore. Un atto politico con cui, se il Consiglio lo approverà, la giunta si impegnerà a collaborare con l’amministrazione penitenziaria.
Il carcere in realtà spoglia il detenuto della sua dimensione sessuale e affettiva, lo riduce a un’etichetta, la sessualità si trasforma in tabù, si consuma clandestina, si reprime fino a incancrenirsi, e con essa si perde qualcosa che riguarda l’identità stessa della persona, l’essere uomo o donna prima ancora che recluso. Con le stanze dell’affettività si può punire un reato senza cancellare un genere, un desiderio, un bisogno di contatto che appartiene a chiunque respiri. In più, fuori dalle mura c’è un’altra pena, mai scritta in nessuna sentenza, che ricade su chi resta: compagne, compagni, mogli, mariti che sostengono una relazione fatta di telefonate scandite dal tempo e colloqui in sale rumorose, amori che si consumano non per mancanza di sentimento, ma per l’impossibilità materiale di viverlo. Quante coppie si sono sfaldate non per un tradimento, ma per l’assenza di un luogo dove restare semplicemente due persone che si amano? E poi ci sono i figli, che crescono con l’immagine di un genitore visto attraverso un tavolo, mai in un contesto che assomigli a una casa. Una stanza dell’affettività decorosa non è un lusso concesso al detenuto, ma un diritto restituito al bambino, che merita di vedere il proprio genitore in una dimensione più vicina alla normalità, non solo alla colpa.
Il testo dell’ordine del giorno ricorda però un dato che in Campania pesa più che altrove. Quale? La Regione ospita una delle popolazioni detenute più numerose d’Italia, e istituti come Poggioreale, Secondigliano e Santa Maria Capua Vetere convivono ogni giorno con sovraffollamento e criticità strutturali: immaginare una stanza dell’affettività in un carcere che scoppia significa immaginare qualcosa che, materialmente, oggi non è possibile. Ed è qui che il principio sancito dalla Consulta rischia di restare lettera morta: non per mancanza di volontà politica, ma perché la dignità ha bisogno di metri quadri, e i metri quadri in un istituto sovraffollato sono la prima cosa che manca.
C’è chi teme poi che concedere intimità significhi ammorbidire la pena, trasformarla in un premio immeritato, ma chi lavora ogni giorno dentro gli istituti racconta un’altra verità: la frustrazione sessuale e affettiva è tra le prime cause di tensione, aggressività latente, esplosioni di violenza tra le mura. Negare l’affetto non rende il carcere più sicuro ma più esplosivo. Concederlo non è indulgenza, è gestione intelligente di un ambiente già saturo di rabbia trattenuta. Il paradosso è tutto qui: quello che sembra un cedimento sul fronte della sicurezza è, in realtà, uno degli strumenti più efficaci per ridurla.
L’ordine del giorno campano è un primo passo, non un traguardo, e lo dice chiaramente anche il documento stesso: nessun diritto nuovo, nessun fondo immediato, solo un impegno politico a collaborare. Servono spazi adeguati, regolamenti chiari, personale formato per gestire un cambiamento che tocca la cultura profonda dell’istituzione penitenziaria, non solo la sua architettura. Servono fondi stabili, non tavoli tecnici destinati a diradarsi dopo il primo entusiasmo mediatico. E serve soprattutto un cambio di sguardo: continuare a chiedersi se il detenuto meriti affetto significa non aver capito che la domanda giusta è un’altra, ovvero quanto è disposta la nostra idea di giustizia a coincidere con la disumanizzazione di chi sconta una pena? Le stanze dell’affettività non assolvono nessun reato. Restituiscono, semplicemente, l’unica cosa che nessuna sentenza dovrebbe avere il potere di togliere: la possibilità di restare umani.










