di Carla Ferrante
Libero, 17 marzo 2021
Si chiama Jack, è un meticcio e da circa un anno vive in uno delle carceri più sicure d'Italia, nella Casa circondariale e di reclusione di Campobasso, in Molise. Jack è stato adottato come ultima volontà di un detenuto, malato terminale. L'uomo, collaboratore di giustizia, in attesa di valutazione da parte del magistrato competente, aveva espresso il desiderio di poter avere, nella sua cella, un amico fidato con cui condividere le giornate.
La direttrice, Rosa la Ginestra, concede l'autorizzazione e Jack fa il suo ingresso in Via Cavour con tanto di microchip e libretto sanitario, e diventa presto il protagonista del carcere molisano, dove hanno "soggiornato" i più pericolosi boss della criminalità organizzata - da Cutolo a Schiavone e qualcuno dice anche Toto Riina. Il meticcio di taglia media non ha faticato molto ad ambientarsi. Da un box ristretto, umido e condiviso con altri cani, in questa nuova vita ha una cuccia calda e non deve neppure ringhiare per farsi rispettare.
Ad ogni minimo segno di insofferenza detenuti e personale gli assicurano coccole, cibo, acqua fresca e l'aria aperta. Chissà cosa avrà pensato Jack in quel breve tragitto tra il canile e il carcere? Immaginava forse un prato verde, i bambini con la palla, un guinzaglio per le lunghe passeggiate, ma soprattutto provava ad annusare dai finestrini l'odore di libertà, che il suo nuovo proprietario voleva regalargli. Le giornate nella casa circondariale di Campobasso sono sì tutte uguali, ma per Jack sono lontane da quel canile e questo gli basta.
Nonostante il luogo fosse angusto, lui si diverte a giocare con le pezze, con le ciabatte. Con il suo compagno era felice e ricevere carezze rassicuranti senza dover fare la guardia o riportare la pallina erano per lui il massimo. La sua coda scodinzolava e i suoi occhi sorridevano. Jack amava ascoltare, accucciato ai piedi del suo amico, i racconti di come sarebbe stata per entrambi, la vita una volta fuori dal carcere. Il suo abbaio di felicità si sentiva lontano, nell'ala più lontana del braccio. Le giornate scandite da regole ferree per Jack erano diventate un gioco.
Era una vita normale per un piccolo pelosetto abituato al nulla. Lì, nel carcere, non doveva più aspettare che qualcuno gli aprisse la gabbia per farlo correre felice. Potrebbe sembrare strano, ma nel penitenziario, a Campobasso, "Jack è davvero felice, sembra abbia trovato la sua dimensione. Semmai non dovesse più trovarsi bene, gli troveremo di sicuro una sistemazione migliore.
Mai più si apriranno per lui le porte di un canile". A raccontarlo è il segretario del Spp, il sindacato di polizia penitenziaria, Aldo di Giacomo. La malattia del detenuto, però, progredisce in fretta e così viene trasferito. Ora è recluso nel carcere di Belluno. Qui non può però portare con sé Jack, che resta a Campobasso. La separazione tra i due è un fiume di commozione, si erano abituati l'uno all'altro, si fidavano, non c'erano segreti tra loro.
Da circa un mese Jack condivide quindi la cella con altri detenuti, che si sono subito affezionati a lui. La direttrice ha provato a chiedere alla famiglia del proprietario di adottarlo, ma non vogliono. Jack non sembra scomporsi di fronte al rifiuto. La sua nuova vita continua in Via Cavour, tra quelle mura che ormai sono diventate la sua casa.
Al canile, Jack preferisce, non c'è dubbio, i ritmi scanditi dal carcere e nessuno vuole più separarsene. Di notte continua ad abbaiare se sente rumori sospetti e di giorno gironzola indisturbato tra i corridoi e i cortili dell'istituto. Per molto tempo il carcere è stato off-limits agli animali e anche oggi non sempre è possibile accogliere le richieste dei detenuti.
Diversi sono stati gli episodi di abuso e questo ha bloccato le iniziative e vari progetti. Ora però sembra stia diventando una realtà consolidata la possibilità di far incontrare alle persone recluse i propri quattro-zampe. Sono sempre più gli istituti di pena che consentono di concedere appositi permessi ai carcerati e quella di Jack ne è una testimonianza.











