di Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Corriere della Sera, 14 novembre 2024
A Roma, Coldiretti e Filiera Italia espongono i prodotti a rischio di scomparire con il Ddl sicurezza. Il pregiudizio su questa pianta, iniziato negli Usa degli anni Trenta, ha cancellato una tradizione agricola in cui l’Italia primeggiava. I produttori italiani di canapa non si arrendono. Schiacciati da pregiudizi e da una politica a loro ideologicamente ostile, si sono dati appuntamento a Roma questa mattina, 14 novembre, per fare sfilare i prodotti “made in Italy” a rischio scomparsa a causa di alcune norme contenute nel Ddl sicurezza, norme che di fatto azzereranno completamente una filiera con le sue ricadute economiche ed occupazionali (30 mila posti di lavoro tra stabili e stagionali). L’iniziativa è di Coldiretti e Filiera Italia e l’esposizione si tiene a Palazzo Rospigliosi: l’obiettivo è ottenere un confronto urgente con le istituzioni, prima che per i canapicoltori sia troppo tardi e si dia il colpo di grazia a un settore che ha anche benefici ambientali come pochi altri.
Dalla bioedilizia alla cosmetica, dall’alimentare alle energie rinnovabili, la coltivazione di canapa fa davvero bene all’ambiente e in molti modi. Prima di tutto, la canapa, a differenza del cotone o del lino, è una pianta che resiste naturalmente ai parassiti senza necessitare di pesticidi che, come sappiamo, penetrando nel terreno possono inquinare anche le falde acquifere. Ma la canapa fa bene anche al contrario, ovvero grazie alla fitodepurazione riesce ad assorbire dal terreno i metalli tossici, depurando di fatto il sottosuolo ed è una delle poche piante in grado di ridurre le emissioni di carbonio, assorbendolo dalla stessa anidride carbonica presente nell’aria. Se introdotta in ambienti anche molto inquinati, contribuisce a risanarli. Così come è utile per compattare con le sue radici profonde il terreno, prevenendone l’erosione. Inoltre, le foglie e i fusti sono ricchi di nutrienti che, se restituiti al suolo, contribuiscono a renderlo più fertile. Ma non è finita qui. Per coltivarla, servono bassi quantitativi di acqua, molto più vantaggiosa dunque del lino. Inoltre, se trasformata, la canapa diviene un biocarburante naturale che brucia a temperature più basse rispetto agli altri biocarburanti e completamente rinnovabile. Sempre lavorandola, poi, si ottiene una cellulosa compostabile e atossica che potrebbe sostituire le tonnellate di plastica che a ritmo continuo finiscono nelle discariche e, peggio ancora, nei nostri mari.
Nonostante tutti questi benefici contenuti in una sola pianta, sulla canapa pesa il pregiudizio. E sappiamo tutti quale. La canapa è una pianta della famiglia Cannabaceae, il suo nome scientifico è cannabis sativa. Da cui, il termine comune “cannabis” o quello più gergale “canna” per indicarne l’uso ricreativo come sostanza stupefacente. Eppure, la canapa per millenni ha fatto parte della nostra tradizione: ha vestito, scaldato e nutrito. Anzi, per quanto riguarda l’Italia, fino a un secolo fa noi eravamo il principale produttore mondiale di fibra di canapa, subito dopo la Russia (nel 1900 producevamo più di 100 mila tonnellate). Basterebbe, se fosse possibile, interrogare un bisnonno o un trisnonno per scoprire che ogni famiglia italiana che possedeva del terreno, anche solo un piccolo appezzamento, dedicava una parte di esso alla coltivazione della canapa, indispensabile nell’economia familiare. Poi, qualcosa è cambiato. Tutto è cominciato negli anni Trenta del secolo scorso, per colpa degli Stati Uniti, quando la cannabis e i suoi derivati finirono vittime di uno stigma sociale, dilagato irrazionalmente in tutto il mondo. Quando la Convenzione unica sugli stupefacenti nel 1961, ratificata da oltre 180 Paesi, tra cui l’Italia, limitò la produzione e il commercio delle sostanze psicotrope, sulle coltivazioni di canapa calò il sipario e, di fatto, si concluse una lunghissima tradizione agricola italiana.
Solo verso la metà degli anni Novanta, l’interesse verso questa coltura si è riacceso, a partire proprio dagli Stati Uniti, seguiti poi da Europa e Cina. Nuove coltivazioni hanno iniziato a fiorire grazie a imprese agricole, enti di ricerca e istituzioni. Ma in Italia il destino della coltivazione della canapa negli ultimi decenni sembra quello di progredire con molta fatica e poi di colpo perdere quel poco che aveva conquistato. A fine luglio scorso, infatti, a fronte dell’emendamento approvato nelle commissioni Affari costituzionali e giustizia della Camera, nell’ambito del Ddl sicurezza, l’art. 13 bis introduce il divieto di importazione, cessione, lavorazione, distribuzione, commercio, trasporto, invio, spedizione e consegna delle infiorescenze della canapa e dei suoi derivati, proprio la parte della pianta di maggiore valore industriale e di maggiore interesse per i produttori. Il Tar del Lazio, l’11 settembre scorso, ha però stabilito che non possono essere considerati droga i prodotti a base di cannabidiolo. Il provvedimento ha prodotto automaticamente la sospensione, per il momento, del decreto e i produttori hanno tirato un sospiro di sollievo. Ma per quanto? Se il governo Meloni dovesse procedere lungo la strada intrapresa con l’emendamento al Ddl sicurezza, sarebbe la fine, spiega Coldiretti, per circa 3 mila imprese coltivatrici e aziende trasformatrici, operanti nei più disparati settori (alimentare, edilizia, cosmetica, tessile), per un fatturato complessivo dell’intera filiera di 500 milioni di euro l’anno. Di cui 150 rigirate allo Stato sotto forma di tasse.











