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di Viola Giannoli

La Repubblica, 18 marzo 2022

Riparte in Commissione Giustizia alla Camera la discussione sulla proposta di legge. Lettera del paziente affetto da artrite reumatoide: “Serve un atto di responsabilità del Parlamento, chi si trova nelle mie condizioni non può finire in tribunale”.

Bocciato il referendum sulla depenalizzazione dalla Corte costituzionale, riparte il lungo cammino del disegno di legge sulla cannabis, all’esame della commissione Giustizia. La proposta introduce, tra le altre cose, la coltivazione domestica, ovvero la possibilità di seminare e crescere fino a un massimo di 4 piantine per uso personale. Inoltre inserirebbe la fattispecie di lieve entità per i casi meno gravi, toglierebbe la sanzione amministrativa del ritiro della patente per i consumatori senza toccare però i reati legati alla guida sotto Thc e, nel caso sia una persona tossicodipendente a commettere il reato di produzione o spaccio, non punirebbe la condotta con il carcere ma con lavori socialmente utili.

Il dibattito è ancora in stallo e così Walter De Benedetto, il paziente che convive da 36 anni con l’artrite reumatoide e che lo scorso anno è stato costretto ad affrontare un processo ad Arezzo per aver coltivato nel suo giardino la cannabis di cui aveva bisogno per curarsi (processo in cui è stato assolto), ha scritto, tramite l’associazione Meglio Legale, una lettera-appello che pubblichiamo alla ministra con delega alle Politiche sulla droga Fabiana Dadone, al presidente della Camera Roberto Fico e al presidente M5s della Commissione Giustizia Mario Pierantoni. E la ministra ha deciso di rispondere a Repubblica e poi sui suoi social.

La lettera di De Benedetto - “Mi permetto - scrive De Benedetto - di farmi portavoce di chi da anni aspetta una legge che affronti un fenomeno sociale molto diffuso chiedendo un immediato approdo in Aula della proposta Perantoni e altri. Una richiesta che torno a condividere adesso che la Corte costituzionale non ci farà votare il referendum cannabis. Ci sentiamo scoraggiati perché sembra che il nostro Stato preferisca lasciare 6 milioni di consumatori nelle mani della criminalità organizzata anziché permettergli di coltivarsi in casa le proprie piantine”. La legge, scrive ancora, “non risolverà certo tutti i problemi ma potrà evitare che chi la usa o, peggio, chi ne ha bisogno per motivi terapeutici, finisca davanti a un giudice per aver coltivato col rischio del carcere”.

“Regolamentare la coltivazione domestica e intervenire per contenere le pene per uso personale resta - dice per questo De Benedetto - una decisione urgente per andare incontro anche a quanto accade ogni giorno a tante persone malate costrette ad arrangiarsi nell’indifferenza generale di chi dovrebbe occuparsi del diritto alla salute”.

I dati sulla distribuzione della cannabis per uso medico nel 2021 raccontano che in quattro anni il consumo è quasi quadruplicato. Nel 2017 i chili erano 351, l’anno scorso sono stati 1.271, che significa oltre 5 milioni e mezzo di dosi da 0,25 grammi. La produzione in Italia è affidata all’Istituto farmaceutico militare di Firenze, che però non riesce a sostenere la crescita della domanda. L’anno scorso ha prodotto circa 150 chili e grazie anche ai finanziamenti di ministero alla Salute e alla Difesa quest’anno riorganizzerà il sistema di coltivazione per arrivare a 300 chili. Ancora troppo pochi. L’Italia infatti è costretta ad importare i fiori della canapa, soprattutto dall’Olanda a 5 e 10 euro al grammo. Ad aprile dovrebbero arrivare i bandi del ministero per reperire privati italiani che coltiverebbero la marijuana terapeutica per poi inviarla a Firenze per le lavorazioni finali. Ma la soluzione più semplice, che va però oltre l’uso medico e si immette sulla strada della legalizzazione, è quella di consentire una coltivazione minima, per esclusivo uso personale.

Da pochi mesi si è tenuta a Genova, dopo 12 anni di interruzione e per volere della ministra Dadone, la Conferenza nazionale sulle droghe. Un incontro nazonale che, secondo Walter, “ha fatto propria molte delle proposte che da anni la società civile avanza per una riforma di buon senso delle politiche sulle droghe proibite”. Per questo, “calendarizzare e approvare questo disegno di legge che introduce la possibilità di coltivare fino a 4 piantine sarebbe in linea con le raccomandazioni del Governo”, sostiene.

“Il mio processo - racconta ancora - si è chiuso con un’assoluzione che ha riconosciuto l’uso medico della mia coltivazione. Già nel dicembre del 2019 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno stabilito la non punibilità della coltivazione domestica”. Da qui l’appello: “Occorre un ulteriore atto di responsabilità da parte del Parlamento per evitare che chiunque si trovi nelle mie condizioni sia costretto ad entrare in un tribunale”. “Cara Dadone, caro Fico, caro Pierantoni, vi chiedo di fare tutto quanto nelle vostre facoltà per calendarizzare il disegno di legge e di adoperarvi in quanto legislatori perché venga approvato. I tempi e i numeri ci sono, adesso occorre la volontà”.

La risposta della ministra Dadone - “L’appello di De Bendetto non può rimanere inascoltato - risponde Dadone - Ho incontrato il Presidente Fico poco fa per informarmi sull’iter del ddl alla Camera dei deputati e posso già dirvi che non sarà semplice ma per Walter e quelli come lui abbiamo il dovere di insistere e di chiedere tempi rapidi. Aspettiamo da troppo tempo”.

La commissione Giustizia ha concluso la discussione che prevede la depenalizzazione per la coltivazione di piantine di cannabis e già la prossima settimana inizierà a votare gli emendamenti. Ma, fa sapere Dadone, “ci sono palesi opposizioni e giochi di palazzo per fermare questa proposta”. È anche vero, aggiunge, “che in Parlamento c’è una maggioranza trasversale sul tema. Parliamo di piantine per uso privato, parliamo di dare dignità a chi soffre, parliamo di qualcosa di assolutamente ridicolo e in tanti pensano che sia arrivato il momento di smettere di affrontare seriamente questi problemi”.

“In questi giorni - conclude la ministra per le Politiche giovanili - ho inviato alle Camere la relazione finale della Conferenza di Genova. Confido nella testa pensante e autonoma di tanti colleghi, confido nel loro cuore e nella loro empatia ma soprattutto confido nel loro coraggio. Siamo qui per aiutare le persone e lo dobbiamo fare senza farci intimidire”.