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di Cesare Martinetti

La Stampa, 28 maggio 2025

Il pamphlet di Nadia Ferrigo sulle buone ragioni dell’antiproibizionismo. Destra e sinistra sono concetti svuotati da tempo, nessuno messo alle corde saprebbe precisare oggi cos’è l’uno e cos’è l’altro, eppure in Italia le guerre di religione resistono e vengono tuttora combattute da impavidi duellanti. Vale per l’intelligenza artificiale e a maggior ragione per la liberalizzazione della cannabis, sulla quale il dibattito è fermo a un confronto novecentesco. Polizia e Guardia di Finanza tentano di svuotare il mare con un cucchiaio, la giustizia si perde in processi kafkiani, il mercato nero prospera.

C’è una storia che racconta meglio di tanti saggi il nocciolo del problema. La notte del 12 maggio 2018 a Monterotondo andò in fiamme il primo e unico canapa shop del Paese, appena inaugurato. Alcuni giorni di indagini hanno permesso di risalire al colpevole, il pusher, che ha subito confessato: non volevo concorrenti nella zona. Un saggio pubblicato dall’editore Einaudi aiuta a mettere a fuoco l’intera faccenda. Si intitola “L’erba e la sue buone ragioni”, l’ha scritto la giornalista Nadia Ferrigo che da anni ne segue l’evoluzione. Il libro ha un sottotitolo: “Perché la liberalizzazione della cannabis conviene alla società”. Non si tratta dunque di un saggio più o meno equidistante, ma di un pamphlet impegnato che prende posizione a favore della legalizzazione, argomentata con documentata completezza. Ed è anche un vivace reportage dove la voce dei soggetti in campo aiuta ad andare oltre la freddezza leguleia e statistica.

La coltivazione della canapa ha una sua storia piuttosto affascinante. Mentre inglesi e olandesi si sfidavano sulle rotte dell’oppio per scalfire il monopolio dell’Impero Celeste, (lo racconta Amitav Ghosh in Fumo e ceneri, Einaudi) la canapa dava vele e cordami ai grandi esploratori dei mari. E a Carmagnola, a pochi chilometri da Torino, l’“Ecomuseo della cultura e della lavorazione” di questa nobile pianta testimonia una fiorente economia agricola e commerciale sigillata aneddoticamente dal canto rivoluzionari dei sanculotti: “dansons la Carmagnole, vive le son du canon!”.

Ma tra le numerose virtù della canapa ce n’è una che la rende unica: il Thc responsabile degli effetti psicoattivi, che incidono sul sistema nervoso e inducono euforia e rilassamento. La coltivazione della canapa ad uso industriale (e nella prima parte del Novecento l’Italia era il secondo produttore dopo l’Urss) finisce in una tempesta perfetta nel 1961, quando le Nazioni Unite approvano una Convenzione che la include tra gli stupefacenti.

L’effetto è drastico, stop alle coltivazioni e anche a molte pratiche medicali, nelle quali era già stata soppiantata da sostanze sintetiche. La canapa sopravvive sotto forma di spaccio. E i suoi consumatori si beccano l’etichetta di “drogati”, stigmatizzati da destra, guardati ora con sospetto ora con compassione da sinistra. Ma mentre in altri Paesi, vista la diffusione, il tema viene affrontato di petto, “l’Italia resta l’ultima roccaforte di un proibizionismo antico - scrive Nadia Ferrigo - che non fa nemmeno lo sforzo di dare una veste rinnovata ai suoi argomenti”.

Con l’abituale eleganza, Matteo Salvini, ha definito l’intera questione “merda”. L’Italia resta uno dei Paesi europei con le leggi più severe sulle droghe, condannata al mercato nero da un conclamato paradosso: l’uso personale non è reato (è però un illecito) ma la coltivazione non è consentita, nemmeno per uso personale.

In politica si resta al gesto iconico di Marco Pannella, quando si accese uno spinello nella sede del Partito Radicale, in conferenza stampa a Roma nel 1975, per buttare un mattone nello stagno dell’ipocrisia nazionale. Un liberale liberista come Antonio Martino (tessera numero 2 di Forza Italia, nella fase nascente del partito di Berlusconi) stigmatizzava il proibizionismo come il vero nemico, “garante di microcriminalità e grande spaccio”.

L’idea liberale di un “uso responsabile e sicuro della cannabis nel rispetto della libertà individuale” che sta alla base di una legge molto pragmatica che l’ha legalizzata in Germania, è sconosciuto alla destra italiana. Lo spiega bene nella brillante conversazione con Nadia Ferrigo la giornalista Flavia Perina, che fu direttrice del Secolo d’Italia negli anni - anche questi lontani - dello sdoganamento missino: “Abbiamo una politica generalmente presuntuosa, che vuole fare da sé, con un elettorato anziano, spaventato, conquistato da discorsi securitari di altra natura, la cannabis non raccoglie consenso. L’Italia è come se fosse fuori da questo mondo che cerca soluzioni nuove a problemi nuovi”.

“Il risultato - scrive Ferrigo - è che nessuno dei governi italiani degli ultimi cinquant’anni ha mai iniziato un dibattito pubblico sulla legalizzazione della cannabis, anche quella senza Thc e quindi non stupefacente”. Non ci sono prove che sia innocua, ma neanche che sia dannosa nell’uso moderato, diversamente dal tabacco e dall’alcol, sicuramente letali, eppure legali. Data la portata sociale della cannabis, sarebbe ora di uscire dall’ipocrita paradosso e discuterne da adulti.