di Raffaella Stacciarini*
Il Manifesto, 1 novembre 2026
L’intervento della premier apre a un interrogativo inquietante: chi decide cosa si può dire, in questo paese, sulle sostanze? Un problema d’informazione. A San Patrignano, la settimana scorsa, Giorgia Meloni ha rilanciato la linea del governo sulla cannabis davanti ai rappresentanti di 35 Paesi della Coalizione Europea contro le Droghe (Ecad) promossa da Italia e Francia. Il messaggio di Meloni è stato netto: la cannabis non è una droga leggera e chi continua a definirla così è irresponsabile. Fin qui, nulla di nuovo: è il copione che conosciamo da anni, quello della crociata. La novità, però, è un’altra. Meloni ha annunciato un dialogo con i principali network televisivi per correggere i “messaggi fuorvianti” diffusi in passato. Tradotto, il governo si siede al tavolo con le tv per stabilire come si racconta un fenomeno sociale e quale versione della realtà sia ammissibile.
In un Paese in cui il controllo politico sulla Rai è da sempre materia di scontro, la questione suona meno come una campagna di prevenzione e più come una linea editoriale, e il rischio che il potere politico inquini il perimetro del dibattito pubblico è dietro l’angolo. Anche la scelta del luogo sembra tutto fuorché neutra: il governo avrebbe potuto portare le delegazioni in un SerD - uno dei circa 600 presidi pubblici in cui 6 mila professionisti prendono in carico ogni anno 300 mila persone - e che lo stesso governo ha promesso di rafforzare; oppure in uno dei servizi di riduzione del danno, di quelli che analizzano le sostanze, distribuiscono naloxone salvando la vita a chi va in overdose e intercettano chi in comunità non entrerà mai. Meloni ha preferito invece una comunità terapeutica privata, forse perché la comunità racconta meglio la storia che chi governa predilige: la droga come caduta morale e il recupero come percorso di redenzione.
Del resto, il governo ha già dimostrato di cosa è capace quando i fatti non si piegano alla linea. Basti guardare alla canapa light: l’articolo 18 del decreto sicurezza ha introdotto il divieto lavorazione, trasporto e vendita delle infiorescenze anche sotto le soglie di THC consentite, ossia in assenza di qualsiasi effetto drogante. Un divieto costruito sul nulla, se non sull’equazione ideologica canapa uguale droga.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti, anche di chi non vuol vedere: tonnellate di prodotto sequestrate in campi e negozi, e quasi sempre restituite dopo perizie che ripetono lo stesso mantra - nessuna efficacia drogante - smontando la norma caso per caso. A luglio la Cassazione ha ricordato che l’effetto stupefacente va accertato, non presunto. Tre tribunali, Brindisi, Trani e Brescia, hanno chiesto alla Consulta di pronunciarsi, e la questione è arrivata anche alla Corte di giustizia europea.
Il 9 febbraio la Consulta stabilirà se l’articolo 18 regge alla prova della Costituzione, ma la domanda che viene spontanea dal vertice di San Patrignano va oltre la canapa: chi decide cosa si può dire, in questo Paese, sulle sostanze? Informare le persone significa riconoscere loro la capacità di capire e discernere con consapevolezza. La propaganda, invece, ha bisogno di semplificare e scoraggiare ogni domanda scomoda. Gli slogan funzionano, sì: finché nessuno li mette alla prova dei fatti.
*Meglio legale









