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di Concita De Gregorio

La Repubblica, 30 giugno 2022

Le ragioni della depenalizzazione quando inizia la discussione parlamentare. Se proibisco l’aborto le donne non smetteranno di abortire, se proibisco il fumo chi lo fa non smetterà di fumare: sarà solo più pericoloso, ci guadagnerà gente senza scrupoli, le condizioni per farlo e le sostanze usate potrebbero portarmi alla morte. Sarà più costoso perché illegale e dunque saranno, queste, possibilità legate al denaro, a chi ne ha di più. La sicurezza diventerà una questione di classe, un privilegio di chi può permettersela. Ma continueranno. Le donne ad abortire, i malati usare droghe che leniscano il dolore, chi fuma per il piacere di farlo lo farà ancora. Sono molte le analogie fra aborto e cannabis, di cui oggi si torna a parlare per il disegno di legge in discussione alla Camera. Anche l’uso della cannabis terapeutica infatti in Italia è lecito, come l’aborto, ma nella pratica è quasi impossibile esercitare quei diritti: gli obiettori, tra i medici, sono tali e tanti che in moltissime regioni d’Italia non si può abortire, la cannabis terapeutica è altamente insufficiente: la produce solo lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze che ne realizza circa 150 chili all’anno a fronte di una tonnellata di fabbisogno (dati 2020) che lo Stato acquista sul mercato estero nello stesso momento in cui, con l’altra mano, sequestra e distrugge ovunque coltivazioni illegali, appunto, della stessa sostanza. Sono diritti acquisiti sulla carta, negati o quasi nella pratica.

Con la discussione che si incardina oggi 30 giugno alla Camera il tema della cannabis diventa un altro, tuttavia: per la prima volta la parola “lecito” è associata a questa sostanza che si potrà coltivare in casa fino a un massimo di quattro piante e non solo per uso terapeutico. Anche personale e ricreativo, per usare i termini burocratici. Ricreativo, in questo linguaggio, significa per il piacere di farlo. Per il desiderio di farlo.

In cosa consista questo desiderio chi non lo sapesse può chiederlo al primo figlio, nipote, vicino di casa sotto i 35 anni che gli capiti sottomano: sono stati loro, gli under 35, a firmare in massa la richiesta di referendum il cui quesito è stato di recente bocciato dalla Corte Costituzionale. Il referendum che non si è fatto, e che avrebbe certo portato a votare molti più elettori di quanti non siano andati. Riassumo qui qualche spunto tra quelli raccolti fra i giovani che hanno partecipato giorni fa ai seminari e agli incontri della Repubblica delle idee a Bologna, che sempre o quasi, alla domanda cosa ti aspetti dalla politica, hanno risposto citando la depenalizzazione della cannabis. “Regolare il consumo e depenalizzare significa che i ragazzi non devono più andare a comprarla nei parchetti pericolosi”. “Significa che non arricchisci più le mafie dello spaccio”. “Se non è reato non c’è processo e magari la giustizia si occupa di cose più importanti, le carceri si svuotano”. “Pensa a quanta gente potrebbe coltivare legalmente, quindi creare un’impresa, insomma lavoro”. La sintesi è mia, il senso delle loro parole è questo.

Certo, l’impresa è titanica: che la maggioranza che compone le Camere si sintonizzi con l’elettorato, specie se di giovane età, è cosa rara. Tuttavia esistono studi scientifici, pubblicazioni istituzionali, indagini sulla criminalità e poderosi atti di convegni che, in termini diversi, sostengono le stesse conclusioni. Proibire qualcosa che è di uso comune, pratica o necessità corrente, non significa abolirlo ma consegnarlo al mercato criminale. E però anche questa proposta di legge, presentata dal radicale di +Europa Riccardo Magi ormai nel 2019, ha impiegato tre anni ad arrivare in aula, centinaia di audizioni, e si scontra ora col fatto che in tutte le forze politiche, di destra e di sinistra, i proibizionisti sono numerosi. “Se in aula ci fosse la stessa maggioranza che si è data in commissione il disegno di legge passerebbe, ma non è mai la stessa cosa”, dice Magi. Al Senato, poi, è ancor più difficile per via dei numeri, e di manovre ostruzionistiche messe in pratica dalla Lega che ha presentato, in violazione dei regolamenti, un testo analogo a quello già depositato ma di natura del tutto diversa: “Droga zero”, si chiama. “Molto dipenderà dalla posizione di Italia Viva, al Senato”, aggiunge Magi. Ma certo: se in questo paese non è possibile procurare cannabis per lenire il dolore di malati terminali figuratevi che tipo di discussione - ideologica, di principio - può scatenare la liceità dell’uso ricreativo.

Già la parola ricreazione, di per sé, si presta a far dire che “è finita”, a chi vuol concludere la frase battendo il pugno sul tavolo. Ci sono però testi divulgativi assai ben scritti, di facilissima consultazione, che potrebbe essere l’occasione per sfogliare: Le droghe, in sostanza, della collana Cose spiegate bene di Iperborea/IlPost, Legalizzala!, di People - una casa editrice questa molto popolare fra i ragazzi, che leggono, certo, se quel che trovano li interessa.

Si parla per esempio della differenza fra droga e farmaco, che in inglese sono indicate dallo stesso vocabolo (nei drugstore si vendono anche medicine), ci sono dati sull’incredibile dipendenza da farmaci - una piaga, negli Stati Uniti, paese pure molto severo in tema di quelle che noi chiamiamo droghe. Se mi proibisci di usare droghe e vendi al supermercato farmaci che generano dipendenza, insomma, non sei andato molto lontano. In ogni caso, al di là delle posizioni politiche, dovrebbe valere sempre un principio di realtà. È vero che le leggi cambiano le cose, le cinture di sicurezza hanno diminuito il numero di morti per strada, ma è vero anche che le leggi devono partire dalle cose: tenere conto di quel che c’è, di quel che è, regolarlo e renderlo sicuro per se e per gli altri. Se mi impedisci di bere una birra in un locale dopo le otto di sera lo farò per strada, non smetterò di farlo. Se mi arresti perché bevo una birra intaserò la giustizia a vantaggio dei veri malfattori. Se smetti di produrre birra la comprerò al mercato illegale, e forse sarà avvelenata, e ci guadagnerà il criminale che me la vende. Ma questo lo sappiamo tutti. Si tratta di capire se anche chi abbiamo eletto a rappresentarci lo capisce, lo sa.