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di Viola Giannoli


La Repubblica, 23 aprile 2021

 

Il caso più noto è quello di Walter De Benedetto, affetto da una grave forma di artrite reumatoide, a processo per coltivazione domestica di cannabis. Ma sono decine le segnalazioni di intoppi medici e burocratici per la terapia del dolore.

Il 27 aprile ci sarà l'udienza decisiva del processo a Walter De Benedetto: rischia fino a sei anni di carcere per aver coltivato la cannabis di cui ha bisogno per alleviare i dolori della grave forma di artrite reumatoide con cui convive da 35 anni e che lo ha reso invalido. Ma non c'è solo Walter. Donato, Mara, Carlo, Stefania, Rosario, Alfredo, Paolo: sono i nomi, i volti, le storie di migliaia di pazienti che dal 2007 a oggi, da quando cioè il ricorso a farmaci cannabinoidi in Italia è legale, si scontrano col loro diritto alla cura. Perché la disponibilità di cannabis medica, prodotta dallo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze o importata dall'estero, è spesso insufficiente o in ritardo; perché la domanda di Bedrocan è troppo alta; perché le farmacie che fanno preparazioni galeniche sono troppo poche; perché i rifornimenti sono variabili; perché talvolta è difficile avere la ricetta. I troppi perché su cui ogni giorno Meglio Legale, campagna per la legalizzazione della cannabis, riceve decine di segnalazioni.

C'è Alfredo Ossino di Catania, cinquant'anni, affetto da deficit funzionale della colonna vertebrale dal 2007. Era un maresciallo capo della Guardia di finanza, poi la sua patologia l'ha portato al congedo. "Mi sono operato nel 2013 - racconta - ma per i dolori non serve l'intervento". E così nel 2015, dopo 6 anni di cure con gli oppiacei, ha ottenuto la prima prescrizione di cannabis medica con benefici immediati. Eppure, nonostante la sua regolare prescrizione, restano gli ostacoli: "Una persona che prende 600 euro al mese di pensione, come fa spenderne 386 per 30 grammi?". Già, i costi. Poi c'è la burocrazia che blocca le cure, i medici poco informati. E per un ex maresciallo della Guardia di finanza, che l'unica alternativa alla mancanza di approvvigionamento siano i pusher per strada, il mercato nero, è più che un paradosso.

A Milano c'è Stefano Lavore, ha quarant'anni, un Parkinson di origine genetica. I primi sintomi sono arrivati a vent'anni, la diagnosi a 34. Fumava cannabis per uso ludico e così per caso si è accorta che agiva sul dolore. Ne ha parlato col suo neurologo, ma per la sua malattia la somministrazione non è prevista e Stefania è costretta ad acquistarla in farmacia, senza esenzione. "L'ultima volta che l'ho acquistato ho chiamato mia madre: 'Mamma mi puoi dare i soldi per comprare il farmaco, perché io non ce la faccio" dice Stefania coi suoi capelli verdi e gli occhiali rotondi. Con lei, nella stessa città, c'è pure Mara Ribera: una malattia rara autoimmune e una cefalea invalidante provano il suo corpo, da circa trent'anni. Ma solo un anno fa è arrivata a vedersi prescritta, dal centro di terapia del dolore del Niguarda, la cannabis medica. "Il dolore non può essere parte integrante della vita delle persone - si sfoga - Eppure ci sono dei mesi in cui a Milano non c'è disponibilità di scorte di infiorescenza".

Poi c'è Carlo Monaco, che di anni ne ha 35 e vive a Roma. Quando era poco più che maggiorenne ha iniziato a non stare bene, stress, studio, lavoro notturno, notti insonni, niente cibo. Nei momenti peggiori è arrivato a pesare 55 chili, per 1 metro e 81 centimetri di altezza. "Mi hanno prescritto forti dosi di Valium e di Xanax" ha raccontato. Niente. "Poi in Spagna è arrivata la svolta con la prescrizione della cannabis terapeutica". Svolta durata poco perché in Italia nessuno voleva somministrargliela. Fino al 2015, quando quella ricetta è arrivata anche per lui. Ora si batte per sostenere i pazienti nella continuità terapeutica e nella facilità di accesso al farmaco. "L'unico modo per garantire il diritto costituzionale alla salute è dare la possibilità di coltivare a chi ne fa domanda" ha spiegato.

Donato Farina è di Padova e ha 31 anni. La sua sinusite cronica che gli causava mal di testa così forti da non farlo dormire la notte è quasi sparita. "Il mio medico mi aveva consigliato di assumerla ogni giorno, ma l'approvvigionamento ha buchi anche di 10-15 giorni, mi son fatto una tabella per dilazionare le gocce nel tempo, prenderne meno e non restare mai senza" ragiona Donato. A Grosseto vive Paolo Malvani. Un incidente stradale gli ha lesionato il nervo sciatico periferico, un inferno quotidiano di dolori neuropatici cronici. La cannabis è stata la sua strada per ritrovare un po' di pace dopo pesanti antidolorifici e la riabilitazione. Come Walter De Benedetto poi c'è Rosario D'Errico, 49 anni, con una sindrome ansio-depressiva. "Mi si sono formate diverse ernie del disco. E anche per colpa della burocrazia lentissima ho deciso di coltivarmi da solo le piante di cannabis" spiega Rosario. "Non l'ho mai spacciata ma a qualche vicino dava fastidio e mi ha denunciato". Così è arrivato un processo penale e lui è rimasto senza lavoro. "Il caso di Walter è tra i più gravi e i più conosciuti, ma non è l'unico - dice la coordinatrice di Meglio Legale, Antonella Soldo - Ci sono centinaia di storie a cui il Parlamento dovrebbe rispondere con urgenza".