sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Federico Varese

La Repubblica, 8 luglio 2022

La bocciatura del referendum sulla legalizzazione della cannabis a febbraio del 2022 ancora brucia, ma il dibattito non si ferma. Un consigliere comunale del Partito democratico di Milano, Daniele Nahum, ha organizzato, insieme a Justmary, gli Stati Generali della cannabis, una due giorni che inizia oggi nel capoluogo lombardo per dibattere gli effetti del proibizionismo in Italia. Vi parteciperanno molti esponenti del Pd e della giunta Sala, oltre a tre direttori di carcere (Bollate, Bergamo e San Vittore), accademici, avvocati e medici. Chi opera nel settore della prevenzione scalpita per trovare soluzioni pratiche e organiche.

Gli effetti del proibizionismo in Italia sono ben documentati nel tredicesimo Libro Bianco sulle Droghe, pubblicato a giugno di quest’anno. Quasi il 30 percento dei detenuti entra in carcere per detenzione o piccolo spaccio e più di 230 mila fascicoli giudiziari sono aperti per questi reati. Nel frattempo, i consumatori di cannabis continuano ad aggirarsi intorno ai 6 milioni. Accedere al prodotto è facilissimo. Polizia e carabinieri dedicano tempo e risorse a reprimere il consumo, con scarsi effetti. È poi scandaloso che i malati non possano avere accesso alla marijuana medica quando ne hanno bisogno e sono costretti a coltivarla in casa.

Senza dubbio la legalizzazione avrebbe l’effetto di togliere una fonte di reddito alle organizzazioni criminali, di aumentare l’occupazione e far arrivare denaro nelle casse dello Stato: si potrebbero creare dai 60 mila ai 300 mila posti di lavoro e raccogliere 4 o 5 miliardi di euro in tasse, secondo le stime di Mario Rossi dell’Università di Roma. Pochi notano un altro effetto perverso del proibizionismo, ben illustrato dalla vicenda della caserma di Piacenza del 2020. I mercati illegali non si autoregolano: o sono organizzati dalle mafie, che decidono chi può operarvi, oppure il rischio è che pezzi deviati dello Stato, come appunto a Piacenza, assumano il ruolo di governo illegale del mercato. Le mafie non sono gli unici attori nel mondo illegale. Diversi studi su dati americani hanno mostrato in maniera inoppugnabile come la legalizzazione abbia portato a una riduzione della criminalità.

La legge cosiddetta delle 4 piantine, in discussione adesso alla Camera, ha il pregio (se approvata) di fissare il principio che coltivare poche piante ad uso personale non è una condotta penale rilevante, come notato da Leonardo Fiorentini, uno dei curatori del Libro Bianco. Ma si rischia di arrivare a una legalizzazione di fatto, disorganica, la quale non tocca i pilastri dell’attuale legislazione e che non mette in luce i rischi medici del consumo. Soprattutto si rischia di non decidere quale modello di legalizzazione si vuole adottare per il Paese.

Vi sono due modelli che meritano di essere discussi agli Stati Generali: da una parte la strada della legalizzazione for profit e dall’altra quella che mette al centro la dimensione medica. Il primo modello, adottato da molti Stati negli Usa, ha copiato le regole della vendita dell’alcol o del tabacco, fa ben poco per sottolineare i rischi medici, permette la pubblicità, oltre alla creazione di grandi conglomerati produttivi e alla produzione industriale dei derivati della cannabis (i quali spesso creano più dipendenza del prodotto base) senza troppo limiti. In gran parte, l’industria si autoregola. Se questo modello venisse adottato in Italia, la produzione potrebbe essere fatta dallo Stato o da privati, e il prodotto potrebbe essere distribuito nelle tabaccherie. Il prodotto viene normalizzato.

 Il secondo modello mette invece la salute al centro della legalizzazione, non permette la creazione di grandi conglomerati produttivi, limita il numero di licenze e proibisce la pubblicità. Questa strada imporrebbe criteri uniformi per la composizione del prodotto, a differenza di quanto avviene negli Usa.

Dobbiamo essere grati agli Stati Generali per promuovere il dibattito. Siamo un po’ meno grati alla classe politica italiana che ancora crede che si possa mettere la testa nella sabbia e posticipare sine die la regolamentazione del consumo della cannabis.