di Marianna Peluso
Corriere del Veneto, 5 maggio 2024
Emergenza sociale tra i giovani, ma c’è chi dice no alla censura. “Cantare testi violenti non equivale al femminicidio, ma insieme vogliamo capire se queste canzoni possano contribuire a creare un clima che alimenta ostilità nei confronti delle donne e come fare per frenare questo fenomeno”. È il sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi a spiegare lo spirito dell’incontro dal titolo “Canzoni violente contro le donne: che fare?” organizzato dal ministero della Cultura con Siae e Fondazione di Verona che si è tenuto ieri a Verona. Dalle case discografiche sono uscite e continuano a essere pubblicate varie canzoni che mercificano la donna (“La comando con un joystick” per citare un testo e non fra i più violenti), che descrivono atti sessuali non consenzienti fino a violenze, abusi e femminicidi. “Noi raccogliamo una denuncia di varie associazioni su queste tematiche, ma senza demonizzare un genere musicale piuttosto che un altro - precisa Mazzi -. Mi sto impegnando in questa battaglia perché la musica ha un’enorme rilevanza sociale: è il primo contatto con la cultura, fin da quando siamo piccoli. Più aumenta la rilevanza sociale e più deve crescere la responsabilità sociale”.
La causa di testi brutali e privi di qualsivoglia forma di rispetto nei confronti delle donne, che tanto si trovano nel trap e nel rap (ma non solo), secondo la sovrintendente della Fondazione Arena di Verona, Cecilia Gasdia, sarebbe da attribuire a un generale impoverimento culturale dei giovani “cresciuti in un mondo veloce che ha indicato più scorciatoie che vie, parcheggiati di fronte allo schermo di un mondo fittizio”. La letteratura, dalla tragedia greca in avanti, passando dall’opera lirica, è piena di “piccoli uomini ossessivi, insicuri e possessivi” come li delinea Gasdia, “ma noi stiamo assistendo a un proliferare di canzoni dove non c’è uno straccio di poesia - chiosa Enrico Ruggeri. Anche Bob Dylane, Lou Reed hanno cantato temi scomodi, ma facendo letteratura. Questi brani sono ripugnanti scorciatoie di persone che non sono in grado di esprimere i sentimenti: per farlo bisogna leggere e studiare”.
A mettere l’accento sulla differenza tra amore e possesso è lo scrittore Davide Rondoni, che ricorda quanto se ne dibattesse già tra le pagine dei trovatori fino ai poeti maledetti, “mai testi di queste canzoni ormai sono standard. Esprimono un disagio, senza nulla di artistico”. Gli unici a spezzare una lancia nei confronti di questi autori senza poesia sono il rapper Luca Caiazzo, in arte Lucariello, che mette in guardia “non bisogna confondere il campanello d’allarme (rappresentato dalle canzoni, ndr) con l’incendio stesso (cioè i casi di cronaca)” e don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, che contestualizza “lo svantaggio con cui nascono alcuni ragazzi, come Baby Gang o Simba La Rue, all’interno di contesti degradati”.
“L’abbassamento culturale dipende dal fatto che il denaro vale più di tutto - dice Morgan senza mezzi termini -. Se noi aumentassimo la qualità dell’offerta e smettessimo di parlare di profitto, potremmo cominciare a parlare di merito”. Mogol, che oltre essere autore di brani che hanno scritto la storia della musica italiana, sull’argomento è molto chiaro: “ Chi scrive queste canzoni è un cretino, ma chi le diffonde è doppiamente cretino”. “Chiedere di non pubblicare è censura” controbatte Enzo Mazza, presidente Fimi (Federazione Industria Musicale Italiana), appellandosi alla libertà d’espressione garantita dalla Costituzione. Eppure, non tutto ciò che viene scritto, viene prodotto e divulgato, ed è qui che si concentra Cristiana Capotondi, avanzando la prima proposta per un cambio di rotta. “Ci sono “n” motivi per cui vari artisti non hanno visto pubblicare le loro opere: le frasi incitanti violenza non potrebbero essere evitate come criterio di selezione, visto che viviamo un’emergenza sociale?”.
Proprio di emergenza sociale parla anche il magistrato Valerio De Gioia, consulente giuridico della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, che apre il capitolo di istigazione e apologia a delinquere, punibile penalmente con la reclusione. “Dobbiamo intervenire affinché venga restituita dignità alla donna - spiega -, perché oltre a essere fuorviante per le giovani generazioni di uomini, è altrettanto pericolosa riferita alle donne, che possono crescere percependo normale quel comportamento su di sé”. Tra le misure concrete che si potrebbero prendere, secondo il Ministero del Cultura, c’è l’inserimento nel codice dello spettacolo di un comma che escluda da fondi pubblici chi veicola contributi violenti verso le donne, “non si tratta di censura ma di limitare i rischi di un certo linguaggio”.









