di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 21 luglio 2025
L’Unicef: “Almeno 76 bambini morti per assenza di cibo”. I quattro centri della Ghf sono entrati in funzione dal 26 maggio. L’Onu: morti mille palestinesi. Israele: “Distribuite 70 milioni di razioni”. “Si fa presto a dire fame”, recitava il titolo di un famoso libro italiano sull’universo concentrazionario durante la Seconda guerra mondiale. E questo titolo torna alla mente ascoltando negli ultimi mesi le testimonianze della gente di Gaza, dei medici locali e degli operatori umanitari internazionali che vivono nella morsa imposta dall’esercito israeliano.
Rubinetti chiusi - “Il governo Netanyahu ha deciso di affamare gli oltre due milioni e 100 mila palestinesi che vivono nella Striscia. I rubinetti degli aiuti sono semichiusi dai primi di marzo, il poco che arriva non basta, è un’asfissia progressiva: comincia a ricordare i drammi dei civili nei conflitti del Novecento e la grande fame imposta da Stalin sugli ucraini nei primi anni Trenta”, ci diceva pochi giorni fa un medico europeo dell’Unicef. Secondo la sua organizzazione, i decessi di palestinesi confermati per mancanza di cibo dall’inizio della guerra lanciata da Israele contro Gaza, in risposta al massacro perpetuato da Hamas il 7 ottobre 2023, sono almeno 86, di cui 76 bambini.
La denutrizione - “Fame significa che si diventa fiacchi, il corpo non reagisce, gira la testa, s’indebolisce il sistema immunitario, le malattie si diffondono veloci sino a diventare epidem0ie. Se poi manca anche l’acqua potabile, allora la situazione degenera velocissima. La carenza di carburante blocca i desalinizzatori sulla spiaggia. I primi a stare male sono i bambini e i vecchi”, raccontava ieri pomeriggio D.W., una dottoressa 35enne originaria del campo profughi di Dir El Ballah. Il suo mestiere le garantisce il movimento sulle ambulanze. “Secondo il ministero della Sanità controllato da Hamas, i morti per denutrizione sono stati 18 nelle ultime 24 ore” prosegue. “Io non ho strumenti per confermare, ma so per certo che almeno 3 bambini sono deceduti per fame dall’inizio della settimana. E da lunedì scorso i mercati locali sono vuoti. Ho girato quello delle verdure nel centro di Dir el Ballah e di Gaza City: i banconi erano deserti. Di carne, uova o formaggio non si parla neppure. Un chilo di pomodori due anni fa costava mezzo dollaro, oggi più di 32, nessuno può permetterselo. Non c’è farina, dunque manca il pane, non ho visto riso o lenticchie, nulla, una desolazione. In queste condizioni, i padri con i figli maggiori spinti dalla disperazione decidono di andare a prendere i sacchi di aiuti distribuiti dalla Gaza Humanitarian Foundation (Ghf). Ma è davvero la scelta più disperata, perché i contractor americani e i soldati israeliani ci sparano contro, come se fossero al tiro al piccione”.
I centri - I quattro centri della Ghf sono entrati in funzione dal 26 maggio con l’obiettivo dichiarato di sostituirsi a quelli dell’Onu e da allora gli spari contro la popolazione in attesa sono cronache quotidiane. Secondo l’Onu, vi sarebbero già morti oltre mille palestinesi. Israele replica di avere distribuito più di 70 milioni di razioni alimentari e che gli spari sono generalmente contro i “terroristi” di Hamas, che cercherebbero di rubare il cibo e intralciare gli aiuti. I racconti della gente del posto parlano invece di vere e proprie “trappole” caotiche, in cui i soldati aprono il fuoco a piacimento.
Il 12 maggio 2025 un dettagliato rapporto del World Food Program pubblicato a Roma e New York metteva in allarme sul “rischio fame”, dato che il 2 marzo il governo Netanyahu aveva bloccato i passaggi degli aiuti in conseguenza della rottura unilaterale del cessate il fuoco, che era stato raggiunto con Hamas il 19 gennaio. “Adesso 470.000 persone rischiano carenza acuta di cibo, tra loro 71.000 bambini e 17.000 madri. Le famiglie di Gaza soffrono di malnutrizione e il cibo a loro destinato sta deteriorandosi sui camion carichi al confine chiuso”, sosteneva.
I nodi - Il 16 luglio anche l’Ocha (l’ufficio dell’Onu per gli affari umanitari) aggiungeva notizie aggiornate. I nodi principali: 1) Le bombe continuano a uccidere i palestinesi, cadono tra le tende, sulle scuole, tra la gente che cerca cibo. 2) La carenza di carburante blocca le attività vitali, dagli ospedali alle ambulanze. 3) La fame cresce, la maggioranza dalla popolazione è adesso concentrata nel 14 per cento del territorio della Striscia, manca l’acqua potabile, la diarrea collettiva ammorba i campi profughi. 4) Soggetti più a rischio sono bambini, anziani, malati e infermi. 5) Cresce la strategia israeliana di spingere la popolazione verso sud.
Gli spostamenti - Dal 18 marzo i militari hanno diffuso 55 ordini di spostamento collettivo che hanno svuotato 300 chilometri quadrati e corrispondono all’81 per cento della Striscia. Nel periodo dal 18 marzo al 15 luglio sono stati costrette ad abbandonare le loro tende ben 737.000 persone. “Siamo ormai un popolo di zombie privati di tutto”, dicono i palestinesi citati anche dalla stampa israeliana. Secondo il ministero della Sanità controllato da Hamas, i morti in 21 mesi di guerra stanno arrivando a quota 59.000 e i feriti 140.000. Le cifre non hanno conferme indipendenti, ma a detta di varie organizzazioni occidentali i decessi potrebbero superare i 120.000, se si includono cause indirette come le malattie non curate e le terribili condizioni di vita.
La denuncia Haaretz, il quotidiano della sinistra laica israeliana, ha intensificato la pubblicazione di reportage e commenti estremamente critici, in cui non esita più a parlare di “pulizia etnica” e addirittura “genocidio”, riferendosi alla politica del governo Netanyahu mirata spingere tutta la popolazione di Gaza in una grande tendopoli, che il ministro della Difesa Katz ha definito “città umanitaria”, nella zona di Rafah per poi cercare di “deportarla” in Paesi come la Libia, l’Etipia e l’Indonesia.











