di Giuseppe Legato
La Stampa, 1 settembre 2025
La procuratrice generale del Piemonte, Lucia Musti: “Il rapitore è libero perché contribuì alle indagini”. “La mamma di Tommy racconta che lei ha un ergastolo a vita e invece Salvatore Raimondi, uno degli assassini di suo figlio, è uscito dal carcere? Sono una madre come lei e capisco benissimo questa dichiarazione, so altrettanto bene che la pena di questa donna durerà fino all’ultimo minuto della sua vita, ma nella storia di questa scarcerazione non vi è alcuna mancanza. È stata applicata una legge dello Stato all’esito dell’osservazione dell’esecuzione della pena che nel nostro ordinamento è demandata a una magistratura specializzata qual è quella di Sorveglianza. Con tanto di relazioni di educatori, psicologi e assistenti sociali.
Se poi vogliamo uno Stato che sospende i benefici o - peggio ancora - applica la legge del taglione bisogna dirsi con franchezza come questo si concili con la Costituzione e i principi rieducativi e riabilitativi della pena in carcere”. Lucia Musti, oggi Procuratore generale di Piemonte e Valle D’Aosta, nel 2006 era pm della Dda di Bologna. Sua fu l’indagine relativa al sequestro a scopo di estorsione all’uccisione del piccolo Tommy.
Procuratore, come si concilia il dolore di una madre con la libertà riottenuta dopo 20 anni da uno degli assassini del figlio piccolo?
“Con uno Stato di diritto che ha visto Raimondi scegliere, come la legge gli riconosce, il rito abbreviato e quindi passare da 30 a 20 anni di carcere”.
Tutto qui?
“Resta il fatto che quando un genitore si trova a dover seppellire il proprio figlio è la prova peggiore che può affrontare nel corso di un’esistenza”.
La madre non perdona...
“Il perdono è un dono ed è fortunato chi riesce a perdonare perché trova in qualche modo una sua pace interiore. E comunque non è dovuto”.
La signora fa capire che la pena non sia commisurata al fatto. Cosa pensa?
“È un diritto di ogni cittadino. Si pensi, ad esempio, alle pene molto più miti, che vengono inflitte nel caso di un omicidio stradale ovvero per colpa medica: anche in questi casi vi è stata la privazione del bene fondamentale che è la vita umana. Bisogna decidere se ci piace uno Stato di diritto in cui le pene, pur mai adeguate certo rispetto al dolore, vengono scontate sotto il controllo della magistratura oppure fare come il protagonista del film “Un borghese piccolo piccolo”, per trovare pace, in realtà vendetta, dopo l’uccisione di un figlio”.
Il primo ricordo che le viene in mente del periodo dell’indagine?
“Mio padre era ricoverato in un ospedale bolognese in fin di vita. Consapevole che l’indagine mi avrebbe distratto dalle sue cure, pensai tuttavia che se avesse potuto parlarmi mi avrebbe spronato a fare il mio dovere fino in fondo. E così feci”.
Cos’altro?
“Lavorammo per circa un mese senza sosta, da mattina a mattina. Il giorno in cui fu deciso il blitz a Parma con tutta la polizia giudiziaria, ho negli occhi quel corridoio del castello ducale dove era confluita da tutta Italia l’èlite del mondo investigativo che divenne interminabile quando il mio procuratore aggiunto mi mandò a chiamare. Lungo il tragitto incrociavo alcuni investigatori con le lacrime agli occhi, mentre altri si portavano le mani ai capelli. Capì che il bimbo non c’era più”.
Come la prese?
“In simultanea stavo interrogando due sospettati, un uomo e una donna che in un’intercettazione parlavano di un bambino che stava bene: entrambi risultarono a quel punto estranei a qualsiasi dubbio. Fu un colpo fortissimo al cuore. Tommy me lo sognavo di notte, mi scorreva nelle vene. Tutti noi avevamo una sua foto sulla scrivania: ci dava carica e speranza. Ma si trattò anche di una svolta pur dolorosa che - ci tengo a precisarlo - fu possibile grazie a Raimondi che crollò perché in fondo era succube di Alessi. Nella sua confessione effettuò anche due chiamate in correità che apparvero altamente credibili, alla luce di alcuni elementi già raccolti e ci permise di uscire dalla caccia a 360 gradi: in quei 27 giorni firmai 300 decreti o richieste di intercettazione, il più delle volte in via d’urgenza perché gli eventi si accavallavano e tutte le circostanze andavano verificate”.
Come avete detto ai genitori di Tommy che il bimbo non c’era più?
“Andai io dai genitori del piccolo e in particolare avvicinai la madre in un contesto riservato e quindi può immaginare a quale livello di empatia nei suoi confronti fossi arrivata”.
La capisce come mamma ma dissente come magistrato...
“Non si tratta di dissentire, la mia è una visione diversa conseguente al lavoro e alla funzione che svolgo nella consapevolezza anche che la fase dell’esecuzione della pena ha rispettato le garanzie di legge e le norme dell’ordinamento penitenziario a tutela del cittadino nello Stato di diritto”.











