di Chiara Dino
Corriere Fiorentino, 17 luglio 2026
Il nuovo spettacolo di Armando Punzo con i detenuti attori della Compagnia della Fortezza “Ripartiamo dal valore di essere comunità alla riscoperta delle grandi idee. Via libera al teatro stabile”. Un progetto, l’ultimo di un pioniere della presa in cura dei detenuti per il tramite della cultura, e un appello alla politica quando la cronaca registra, per la seconda volta in due giorni, la morte di due uomini reclusi nel carcere di Lucca: uno di loro si è impiccato, aveva 23 anni. Meglio morire che vivere lì. Armando Punzo presenta il nuovo spettacolo della Compagnia della Fortezza - la prima in Italia in una galera, di stanza nella prigione di Volterra dal 1988 - che andrà in scena dal 24 luglio al 1° agosto nel teatro della casa di pena, dove i primi attori sono quanti lì scontano la pena: Il Capitale Umano s’intitola ed è la prima parte di un progetto che si concluderà nel 2028 per il quarantennale dell’esperienza volterrana che ha inanellato decine di premi per Punzo e i suoi collaboratori.
Regista, scrittore, drammaturgo. Questa volta alle prese con un progetto che dal titolo fa pensare alla politica novecentesca. Ce ne parla?
“Il Capitale umano nasce dalla considerazione del crollo delle idee novecentesche. Dalla lettura di un libro illuminante, In difesa delle cause perse di Slavoj Žižek, nel quale l’autore si interroga su cosa ne sia stato di un pensiero che sino al secolo scorso propugnava valori universali e umanistici e che non ha attecchito. È la stessa domanda che mi sono posto io e che ho rivolto a quanti insieme a me, nel carcere di Volterra, credono nella forza del teatro per umanizzare la nostra percezione della realtà”.
E cosa vi siete risposti?
“Che l’unico capitale possibile è quello di chi fa comunità. L’ho scritto in una lettera che ho rivolto lo scorso anno ai detenuti alla fine del nostro festival estivo, quando ci salutavamo per la pausa estiva”.
Il titolo non può non far pensare a Il Capitale di Karl Marx. Si parte da lì?
“Anche quella è una causa persa per dirla con Žižek. Sì, si parte anche da lì. Ma non per rimpianto di quel disastro che è stato lo stalinismo e il comunismo. Si tratta piuttosto quasi di una provocazione. Quello che mi interessa di Marx non è il suo pensiero politico ed economico, ma quello sull’essere umano sulla sua alienazione in relazione a un certo modo di vivere”.
Cosa vedremo in scena?
“Immagini un Grand Hotel dove alcuni attori si confrontano con tre portatori di grandi idee. Sarà un testa a testa che ha come obiettivo quello di registrare lo scarto tra chi va in scena e quei personaggi che sono stati capaci di credere in un pensiero umanitario forte”.
Quali personaggi metteranno in crisi i protagonisti dello spettacolo di cui lei firma drammaturgia e regia che ha le musiche di Andrea Salvadori?
“La prima è Louise Michel, scrittrice e rivoluzionaria francese, che ci metterà in relazione alla causa persa della Rivoluzione francese e della Comune durata solo 9 mesi. Il secondo è Don Chisciotte che si porta con se il sogno e l’idealismo. Il terzo è Gesù come lo descrive Vito Mancuso, nella sua umanità e nella sua soppressione, il Cristo che, se fosse stato ascoltato, sarebbe stata un’altra la storia dell’uomo”.
A che punto è il progetto per realizzare il teatro stabile dentro il carcere di Volterra?
“Proprio stamattina ho saputo dal Rup (responsabile unico del progetto ndr.) che sono arrivati tutti i nulla osta necessari, da quello del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria
A proposito di fondi, l’assessora alla Cultura della Regione, Cristina Manetti, ha detto che investe sul vostro progetto 250 mila euro...
“Se non avessimo questi fondi, quelli del Comune e quelli della Fondazioni Bancarie che ci finanziano da nove anni le masterclass in carcere, non ci sarebbe nulla di quello che facciamo a Volterra”.
Sembra che i soldi non bastino mai. In due giorni due detenuti sono morti al carcere di Lucca, uno si è impiccato. Cosa si deve fare perché non persistano le condizioni inumane a cui sono sottoposti i detenuti?
“Guardi, immaginiamo che mi chieda un consiglio il ministro delle Infrastrutture: io gli direi di fare delle carceri per non più di 250-300 persone. Ognuna dovrebbe avere il suo direttore, i suoi educatori, il suo garante, i suoi agenti. Va messa in moto una cultura diversa, dell’umanità. Troppe persone non possono essere seguite. Non si riesce a creare il dialogo, la conoscenza, la cura. E anche le carceri grandi andrebbero suddivise in più istituti autonomi per implementare il percorso di cura. Da noi a Volterra ci sono 170 persone. Questo ha reso possibile fare dei progetti di formazione, realizzare i lavori teatrali, i programmi sportivi, e finanche l’orto. Ma ci si conosce tutti”.
Come avete fatto?
“È stata fondamentale la sensibilità dei sindaci. Quando siamo nati l’allora sindaco Giovanni Brunale venne con noi al Dap per sostenere il progetto. Sentiva la popolazione carceraria come parte attiva della cittadinanza alla stessa stregua di chi era fuori. La figura dei sindaci è fondamentale”.










