di Goffredo Fofi
Il Manifesto, 31 maggio 2025
La morte pochi giorni fa di don Franco Monterubbianesi fa ancora ragionare sull’enorme lavoro svolto dalla comunità di Capodarco di Fermo, insieme alla sua sede romana, per rendere più vivibile la vita delle persone con disabilità. A partire da quel viaggio a Lourdes di molti anni fa in cui alcuni preti che vi avevano accompagnato tutto un gruppo decisero insieme a quelli di non più accettare il pietismo e l’emarginazione con cui venivano trattati, e avviarono un’iniziativa - in una villa donata da qualcuno su una collina vicina a Capodarco - che ha cambiato la sorte di tanti tra loro.
Ma non si limitarono a vivere insieme, tante persone con disabilità anche con le loro famiglie, a volontari e medici esperti, produssero documenti e avviarono lotte che hanno cambiato la condizione dei disabili nel nostro paese. Per diversi anni ho seguito da vicino quest’esperienza e apprezzato l’energia di don Franco, ma anche quella di don Vinicio Albanesi che lo affiancava e di vari altri preti e volontari. Mentre la spinta del ‘68 stava languendo, mi sembrò a suo tempo significativo che gli eredi più determinati di quel grande movimento fossero piuttosto preti e credenti che non dei raggruppamenti politici, ed è per questo che si può parlare del “‘68 dei cattolici” come di una delle poche eredità immediate dei movimenti.
Erano anche gli anni di monsignor Di Liegro e della Caritas, e don Franco fu attivo avviando, con gli altri del movimento, iniziative in altri paesi, e lui stesso soprattutto in Africa. Capodarco avviò gruppi e iniziative soprattutto in Italia - in Veneto, in Umbria, in Calabria - e in Calabria il gruppo di Progetto Sud di Lamezia si rese autonomo, come altri, con impronte diverse adeguate all’ambiente e alle sue emergenze. Si apprezzava la loro azione di questi vari gruppi perché affrontavano, collegandosi ad altri del posto, le diverse forme di emarginazione - i rom, gli immigrati, la prostituzione organizzata delle ragazze africane, l’ autismo infantile, il recupero in cooperative contadine di tossicodipendenti eccetera.
Sì, la più sostanziosa eredità del ‘68 la si trovò nei gruppi cattolici molto più che in gruppi decisamente laici, molti dei quali hanno saputo tuttavia agire in altri modi, dentro nuovi tempi. Don Franco Monterubbianesi, energico e determinato, è stato soprattutto alle origini di un’azione e di gruppi. Di un movimento che andava molto oltre una pur degnissima azione di assistenza, e che dava della carità e dell’amore del prossimo interpretazioni antiche ma anche nuove, perché nuovi erano i tempi.
E oggi? Il cosiddetto sociale è chiamato a sostituire interventi pubblici carenti, occupandosi pur sempre di emarginazione e disagio, ma ha un peso, nelle decisioni dei politici, molto minore di quello che dovrebbe avere, e questo anche per sua colpa, per sua debolezza. E sconta il fatto avere interlocutori politici assai fiacchi, rendendo per questo più faticosi gli interventi non di parole ma di fatti.











