di Diana Cavalcoli
Corriere della Sera, 23 giugno 2024
Braccianti sfruttati, contratti fantasma, vita nei ghetti e paga minima che arriva a 2 euro per un’ora di lavoro. Pesano anche le piccole dimensioni di tante aziende. Sono le schiene piegate sulle nostre terre, dai campi nel Mantovano a quelli di Latina e Foggia, le mani che raccolgono e portano sulle nostre tavole pomodori, olive, uva e fragole. Cassone dopo cassone. Sono i braccianti d’Italia e tra loro in 230 mila, secondo i dati Istat, soffrono sfruttamento e abusi: contratti fantasma e una paga che va dai 15 ai 35 euro al giorno, in alcuni casi appena due euro l’ora. Lavoratori, tra cui 55 mila donne, impiegati in modo irregolare in agricoltura ma che pesano per un quarto del totale degli occupati del settore. Arrivano da Nigeria, Senegal, Costa d’Avorio, Gambia, Mali ma anche da Bulgaria e Romania oltre che da Pakistan, Bangladesh e India. Qui era nato Satnam Singh, il 31enne morto nell’area dell’agro pontino mentre lavorava nei campi, per 4 euro l’ora. Un caso che ha sollevato proteste e indignazione e che ha portato i sindacati a proclamare lo sciopero per oggi (Flai Cgil) e per il 25 giugno (Uila-Uil e Fai-Cisl).
Un sistema radicato - “Il caporalato in Italia è un sistema radicato - spiega Jean René Bilongo, presidente dell’Osservatorio Placido Rizzotto che con Flai Cgil monitora il fenomeno da più di dieci anni - non interessa solo il Sud del Paese, è strutturale. Nonostante la legge 199 introdotta nel 2016 sia avanzata e riconosciuta anche a livello europeo come eccellente, gli abusi permangono. Sul fronte della prevenzione i passi avanti sono stati insufficienti”. E secondo Bilongo nel post pandemia la situazione è peggiorata. La geografia dei ghetti
La geografia dei ghetti - I territori con criticità secondo l’ultimo report del centro studi sono 405, di cui 194 nel Mezzogiorno. Qui si trovano alcuni “ghetti”, le baraccopoli in cui vivono almeno 10 mila lavoratori secondo le stime e i dati incompleti a disposizione dei sindacati. Si va dal territorio di Vittoria in Sicilia fino a Borgo Mezzanone e Contrada Torretta Antonacci, il cosiddetto “Ghetto di Rignano”, in Puglia. Meno note le criticità denunciate in Piemonte nel territorio saluzzese o nel Mantovano in Lombardia così come in Veneto e Friuli-Venezia Giulia. “Ad oggi - aggiunge Bilongo - manca una mappatura completa di questi centri e questo nonostante il Pnrr preveda 200 milioni di euro per il superamento dei ghetti”.
Controlli e inchieste - Le difficoltà nel contrastare il caporalato si legano anche alla delicata questione dei controlli, in calo tra 2022 e 2023. Secondo i dati dell’Ispettorato del lavoro (Inl) sul settore agricolo, su 4.263 accessi ispettivi effettuati nel 2023 in 2.090 casi è stato riscontrato un illecito. Con oltre 2.100 lavoratori coinvolti dal fenomeno del caporalato. In parallelo, l’Osservatorio Placido Rizzotto registra denunce e inchieste in aumento con numeri quasi raddoppiati sull’anno: da 220 a 432. Al Nord la Lombardia conta la maggior concentrazione dei casi (29), per due terzi nelle province di Mantova e di Brescia; seguono il Veneto e il Piemonte, con 24 e 21 segnalazioni. Nel Centro Italia, il Lazio è la regione in cui lo sfruttamento del lavoro agricolo è più persistente con 30 casi, la metà dei quali riguarda la provincia di Latina (17). La Toscana ne conta invece 20 e l’Emilia-Romagna 18. Al Sud maglia nera per la regione Puglia, con 99 casi denunciati di caporalato, 67 solo in provincia di Foggia. Seguono Sicilia (62) e Calabria (33).
Le aziende agricole - Come ricordato da Inl a incidere sul fenomeno caporalato è anche la taglia delle aziende. Per Paolo Pennesi, direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro: “Il nanismo delle nostre imprese, come spesso viene definito, non aiuta perché questi fenomeni di lavoro nero sono più tipici di imprese piccole, poco strutturate”. Con l’intento di prevenire gli abusi e in parallelo sensibilizzare la filiera agricola era nata la “Rete del lavoro agricolo di qualità”, istituita presso l’Inps quasi dieci anni fa e pensata per certificare le imprese etiche. Un bollino di qualità per quei datori che volontariamente sceglievano di sottoporsi a controlli regolari. Un’arma che si è rivelata spuntata come denunciato anche dal presidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini. Che sintetizza l’impasse nel contrasto al caporalato in un dato: alla Rete ad oggi si sono iscritte soltanto 6.600 aziende agricole sulle oltre 400 mila attese.









