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di Gianrico Carofiglio e Silvana Sciarra


La Repubblica, 9 febbraio 2021

 

In ogni articolo sento la gentilezza, di Gianrico Carofiglio - Qualche tempo fa mi è capitato di scrivere un libro il cui titolo è "Della gentilezza e del coraggio", che è un titolo inusuale e come tale è stato considerato da molti lettori incuriositi perché i due concetti sembrano avere poco a che fare l'uno con l'altro. In particolare, non si capisce che cosa c'entri la gentilezza in un libro che parla di politica, di discorso pubblico, perché è di questo che tratta.

Faccio una precisazione che c'è nel libro, ma che ho cercato di sviluppare in più occasioni, parlando di questi argomenti. La gentilezza di cui si parla in questo saggio non sono le buone maniere, la cortesia e il garbo: tutte doti che ci piacciono, ma che appunto non riguardano questa riflessione. La gentilezza di cui si parla in questo caso è una fondamentale attitudine umana molto spesso - troppo spesso - oggi trascurata, una fondamentale attitudine umana che consiste nell'entrare in rapporto con gli altri e gestire il conflitto che è una componente inevitabile delle nostre vite collettive, evitando il più possibile procedure distruttive che neghino l'umanità dell'altro. In questo senso, quindi, la gentilezza, per quanto mi riguarda, è una virtù, una dote che prende le mosse dall'inevitabilità del conflitto nelle nostre esistenze individuali e collettive: va incontro al conflitto perché va incontro a chi ha una posizione diversa dalla nostra. È la ricerca non già di un evento distruttivo, ma di un tentativo di composizione.

Questa pratica, questa categoria concettuale, richiama alla mente altre categorie in vari ambiti del sapere, anche categorie che sono incluse nella nostra Carta Costituzionale. La gentilezza di cui si parla in questo caso è una dote indispensabile. È una categoria che attraversa la nostra Costituzione, a cominciare dal principio fondamentale che enuncia l'articolo 3: l'idea di una società in cui gli incontri - scontri siano ispirati dal principio di solidarietà, che significa, innanzitutto, principio di percezione dell'altro. Ovvero principio di consapevolezza che anche nella diversità di vedute e nella diversità di posizione di interesse sia fondamentale per una società sana un ascolto reciproco. Ascolto delle difficoltà a volte insopportabili - come sta accadendo in quest'epoca - di chi si trova in condizioni meno buone delle nostre. La gentilezza è un antidoto alla propaganda populista perché cerca la verità delle cose.

Il successo dei populismi non è tutto e soltanto fatto di manipolazioni, di notizie inventate, di comunicazione truffaldina: esso prende le mosse anche da una situazione reale, la situazione reale che caratterizza sempre di più le nostre società complessivamente sempre più ricche. È l'aumento insopportabile delle diseguaglianze. Anche durante la crisi della pandemia, noi abbiamo assistito a un meccanismo che ormai è una costante della nostra evoluzione o involuzione sociale: i ricchi diventano più ricchi. La classe media, invece, si va sempre più assottigliando fin quasi a sparire e i poveri diventano più poveri e precari.

Questa condizione generale - l'aumento della diseguaglianza - è inevitabilmente un fattore produttivo di rabbia: è la premessa per il successo dei populismi che sono capaci di dare dei nomi truffaldini alla rabbia stessa. Sono capaci di indicare dei capri espiatori che è proprio quello che cerca chi è terribilmente e giustamente arrabbiato.

La riflessione politica cui si ispira il principio di gentilezza come virtù politica ha il dovere di promuovere l'esatto contrario: la capacità di sottrarsi alle semplificazioni, di sottrarsi al rischio dei populismi più o meno striscianti e di accettare però come una responsabilità inevitabile quella di combattere il sistema delle diseguaglianze.

In questo senso, una delle mie frasi preferite è una citazione di Adorno, il filosofo tedesco. Egli diceva: la forma più alta di moralità è non sentirsi mai a casa, nemmeno a casa propria. È una rivendicazione del disagio rispetto all'ingiustizia come condizione esistenziale della quale credo oggi abbiamo tutti quanti molto bisogno.

Penso che questi temi siano fondamentali per ogni riflessione sul futuro della convivenza civile. Mi piacerebbe molto sentire qualche opinione su questo dalla Corte costituzionale.

 

Perché la Carta è nata per ascoltare, di Silvana Sciarra - La cura che Gianrico Carofiglio presta al linguaggio è pari alla originalità delle sue scelte linguistiche. Ecco dunque che la parola gentilezza proprio perché collocata nel quadro storico contemporaneo assume significati del tutto peculiari e si presta a un confronto con il linguaggio della Corte costituzionale. Così come vanno insieme le parole coraggio e ascolto perché, come dice Carofiglio, non sempre si ascolta perché non si ha il coraggio di farlo. Questa affermazione può adattarsi anche a chi decide collegialmente. Innanzitutto costui deve praticare l'ascolto degli altri giudici nel collegio. Poi deve ascoltare le voci delle parti fra le righe delle tante carte da leggere. E poi finalmente, quando se ne presentano le condizioni, deve ascoltare le voci della società civile.

Le parole intese come atti linguistici e dunque vere e proprie azioni comunicative, incidono sul discorso pubblico. E per essere percepite nella loro funzione normativa devono essere parole autorevoli. Mi tornano in mente vecchie letture di Habermas. Le ragioni che legittimano nella comunicazione le Corti costituzionali quando decidono sui diritti sono stabilite prima, mentre il legislatore deve di volta in volta affermare i diritti e le loro garanzie attraverso le politiche legislative. Il diritto moderno sempre secondo Habermas, pone al centro i diritti umani e lo stato di diritto. Concetti questi che non perdono di attualità e di incisività. La Corte costituzionale nella sua collegialità si attiene a una pratica comunicativa condivisa da tutti i giudici e che si impone per coerenza, autorevolezza e indipendenza del giudizio. Dunque ascolto non è affatto accondiscendenza ma esercizio paziente e riflessivo. L'esempio più recente riguarda la sentenza sul fine vita rivolta a quanti soffrono a causa di patologie irreversibili. È un esempio importante quello dell'ascolto che la Corte era pronta a dare alla voce del Parlamento invitato a decidere entro un termine fissato dalla Corte stessa.

L'ascolto non si è verificato perché dal Parlamento è venuto soltanto silenzio. Ecco allora il coraggio di una decisione di incostituzionalità parziale dell'articolo 580 del codice penale nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevola il doloroso passaggio verso la morte. Questioni morali ed etiche restano sullo sfondo. Ma la forza discorsiva delle norme va ricercata anche nella autodeterminazione e nell'autorealizzazione. La Corte, nella stessa sentenza, dice che chi soffre è anche pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevole.

Un altro aspetto dell'ascolto prestato dalla Corte costituzionale è quello nei confronti della Corte di giustizia dell'Unione europea visto che sempre più si va rafforzando un metodo comunicativo che valorizza il pluralismo costituzionale. Il rinvio pregiudiziale alla Corte di Lussemburgo, per questioni interpretative e di validità, pone la Corte costituzionale italiana fra le più attente all'ascolto ma anche fra le più attive nell'esemplificare i valori fondanti dell'impianto costituzionale: ascolto reciproco, deferenza, collaborazione sono parole comuni di un linguaggio comune che è quello condiviso dagli Stati membri dell'Unione.

Spesso Carofiglio nel suo lavoro fa riferimento al rispetto dei diritti fondamentali come risposta democratica a forme di populismo antidemocratico. Ma cosa dice la Corte costituzionale sulla tutela delle minoranze linguistiche? Lo ritiene un principio che supera la concezione dello Stato nazionale chiuso dell'Ottocento. Un rovesciamento rispetto all'atteggiamento nazionalistico manifestato dal fascismo, che incontra il principio pluralistico riconosciuto dall'articolo 2 e il principio di eguaglianza riconosciuto dall'articolo 3 della Costituzione.

Quanto al tipo di tutele da riservare a scelte intime della persona, non omologate al modello culturale prevalente, la Corte dice che non ci deve essere divorzio automatico per la coppia in cui uno dei due componenti della coppia stessa abbia rettificato il proprio sesso esercitando il diritto all'identità di genere. L'articolo 2 della Costituzione garantisce i diritti inviolabili dell'uomo all'interno delle formazioni sociali fra le quali è da annoverare anche l'unione omosessuale ovvero la coppia non più eterosessuale ma in ragione del pregresso vissuto nel contesto del matrimonio. La Corte ha anche precisato che è degno di molta cura e attenzione il percorso di quanti pur avendo ottenuto la rettificazione di sesso all'anagrafe non si sono sottoposti al trattamento chirurgico perché quest'ultima operazione non è un prerequisito ma un mezzo funzionale al conseguimento di un pieno benessere psico fisico.

Gianrico Carofiglio sarà d'accordo con me quando dico che c'è gentilezza nei messaggi della Corte là dove riconoscono il diritto all'autodeterminazione per scelte che attengono alla persona. E questa è sicuramente un'altra modalità per contrastare la violenza del linguaggio e dei gesti.