di Donatella Stasio
La Stampa, 27 marzo 2023
Coppie gay, migranti, mamme detenute: è arrivato il momento di mostrare più democrazia e rispetto. Ammesso - e non concesso - che essere madre sia garanzia di umanità e di credibilità politica, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che quel “titolo” esibisce come una medaglia, dovrebbe spiegarci dov’è finita la madre che è in lei nel dibattito politico parlamentare sui figli delle coppie gay, sui figli delle madri detenute e su quelli dei migranti naufragati al largo di Cutro.
Dovrebbe dirci dove cercare quella madre nelle parole (non) pronunciate sui figli dell’Italia antifascista, trucidati alle Fosse Ardeatine. Ammesso - e ancora una volta non concesso - che il sentimento materno qualifichi più del sentimento costituzionale dell’antifascismo, della solidarietà, del rispetto, la presidente Meloni dovrebbe aiutarci a trovare - nella punizione delle Ong che salvano i migranti, nella voglia di cancellare il reato di tortura e di togliere la potestà genitoriale alle detenute madri, nei muri alla circolazione in Europa dei figli di famiglie arcobaleno - la compassione materna, che secondo la Chiesa è partecipazione attiva alla sofferenza altrui, vedi Maria dinanzi alla passione e alla morte di Gesù.
È singolare che una donna approdata democraticamente alla guida politica di un Paese abbia bisogno di usare la maternità per legittimare la propria azione, con buona pace della storia che, com’è stato già ricordato, offre una lunga carrellata di madri protagoniste di azioni politiche discutibili, e talvolta crudeli, ma anche di efferati delitti verso i figli, i mariti e il prossimo.
Il punto è che, più che madri o padri, siamo tutti figli. E così dovremmo sentirci e trattarci. Siamo figli di un’unica madre, la Costituzione antifascista, che ci ha fatto nascere liberi e che ci nutre dei suoi valori unificanti, l’uguaglianza e la giustizia sociale, la laicità dello Stato, la libertà di espressione e i diritti delle minoranze, il rispetto per le diversità e per la dignità umana, ovunque e sempre, che sia una spiaggia calabrese, una periferia degradata, un carcere o il mondo libero.
Perciò ci piacerebbe che la presidente del Consiglio, invece di continuare a ripetere “Sono una madre”, dicesse “Sono una figlia” e dimostrasse che la Costituzione non è un abito da indossare nelle cerimonie ufficiali né una formula vuota su cui prestare giuramento, meno che mai un espediente retorico, ma è una mentalità, una cultura, un sentimento, appunto, che dà corpo alle istituzioni, alle loro azioni e anche alle loro parole. In nessun altro regime come la democrazia le parole sono importanti, dice Gustavo Zagrebelsky, perché sono lo strumento per far circolare le opinioni, nel rispetto reciproco; perciò, ogni spirito democratico le usa con una cura particolare. Che non riscontriamo, purtroppo, nel governo e nella sua maggioranza.
Basterebbe ricordare il richiamo di Giuseppe Valditara alla preside del liceo di Firenze per la lettera inviata agli studenti sul pericolo di un rigurgito fascista; l’accusa di Matteo Piantedosi ai migranti che partono con il brutto tempo; l’intemerata di Matteo Salvini sulle borseggiatrici rom che usano le gravidanze per evitare la galera e quella del vicepresidente della Camera Fabio Rampelli sui gay che spacciano come propri i figli nati da maternità surrogata.
Parole frutto di pregiudizi, di ideologismi, di una cultura estranea a quella, inclusiva, della nostra Costituzione. Tanto più preoccupanti per la disinvoltura con cui vengono pronunciate, come se si stesse consumando un normale regolamento di conti, una rappresaglia. Non da meno è il torto fatto all’Italia, e alla storia, da Giorgia Meloni con la scelta di omettere parole qualificanti sul massacro delle Fosse ardeatine. Anche qui, con una naturalezza che tutto confonde ma che non è consentita ai figli e alle figlie della Costituzione, a chi crede nella democrazia costituzionale come strumento di convivenza pacifica nelle società pluraliste.
Anche grazie a un linguaggio condiviso, la Costituzione seppe dare fondamenta solide e prospettive di lunga durata all’Italia democratica costruita nel dopoguerra e quelle fondamenta poggiavano sui valori maturati nell’opposizione al fascismo e nella Resistenza. All’epoca, Giorgio Napolitano era un giovane di 23 anni e, in una delle sue testimonianze, il presidente emerito della Repubblica ha ricordato che «i valori dell’antifascismo e della Resistenza non restarono mai chiusi in una semplice logica di rifiuto e di contrasto, ma sprigionarono sempre da impulsi positivi e propositivi e poterono perciò tradursi, con la Costituzione, in principi e in diritti condivisibili anche da quanti fossero rimasti estranei all’antifascismo e alla Resistenza. Perciò il 25 aprile non è la festa di una parte sola». Ecco perché Giorgia Meloni dovrebbe abbandonare la postura, minacciosa, della madre e assumere quella, pacificata, di figlia della Costituzione e dell’antifascismo, allontanando dall’Italia lo spettro di una regressione democratica, che si agita nel mondo - Israele, Ungheria, Polonia sono solo alcuni esempi - attraverso governi supportati da un ampio consenso elettorale e modifiche legislative che, prese singolarmente, non sembrano pericolose ma nell’insieme svuotano le democrazie. Ed ecco perché non si può restare indifferenti di fronte alle sgrammaticature costituzionali, alle crociate ideologiche, all’uso del diritto come grimaldello per scardinare le garanzie.
L’Italia di oggi è diversa dall’Italia del dopoguerra ma la Costituzione, con il suo sguardo presbite, seppe vedere questa “diversità”, per cui nella sua trama oggi troviamo le risposte ai diritti, vecchi e nuovi, dei figli di ogni generazione, cittadini d’Europa. Compito delle istituzioni, dal governo alla Corte costituzionale, è farsi interpreti di questo sguardo, l’unico che le legittima e le rende credibili, chiunque sia a guidarle: donne, uomini, etero o omosessuali, mariti, mogli, padri, madri, conviventi, single, vedovi, cittadini italiani o con doppia o tripla cittadinanza. Siamo tutti figli e apparteniamo tutti alla stessa famiglia, quella della Costituzione. Il governo Meloni cominci a dimostrarlo sul serio, inverando i valori costituzionali in parole ed opere, è proprio il caso di dire.











