di Elena Seishin Viviani*
Il Dubbio, 26 marzo 2021
Quante volte risuonano nella nostra mente le parole che compongono l'articolo 27 della nostra Costituzione: "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato"? Sono parole che non possono lasciarci indifferenti in nessuna occasione, ancora di più in questo periodo di pandemia.
Il vuoto, la solitudine della popolazione carceraria è oggi più che mai opprimente. La "sete" dei carcerati non è solo quella di avere il vaccino contro il Covid, ma è quella di trovare chi è capace di ascoltarli, di raccogliere la loro storia e di confessarsi, di mettere a nudo la propria vita. È la mia personale esperienza vissuta per due anni presso il carcere di Saluzzo; venni chiamata dalla direzione del carcere perché si pensava che con la meditazione buddhista si potesse far fronte alla depressione, all'asocialità e alle tendenze suicide che molti ospiti di quella struttura andavano manifestando. Ciò non rispondeva al vero perché quelle persone avevano un disperato bisogno di sentirsi uomo, rispettato per la sua umanità e per questo ascoltato e accolto. Certo, in più occasioni, ci siamo seduti in silenzio meditando.
Ma non era la meditazione in sé stessa; era il bisogno di trovare un luogo, un momento dedicato al silenzio rispetto al sordo rumore che spesso risuona nel carcere. Recenti rapporti - non ultimo quello di Antigone- hanno messo in luce come in Italia vi sia un'assenza di cappellani nelle carceri di confessioni diverse dalla cattolica. È un fatto importante considerando come la nostra società si sta sempre più arricchendo di differenti vissuti religiosi.
Dario Doshin Girolami, abate del tempio Zenmon Ji di Roma da oltre vent'anni opera all'interno del carcere di Rebibbia ed è impegnato in prima persona nella creazione di una rete di "cappellani buddhisti" a livello europeo perché vi possa essere un fattivo scambio di esperienze e la generazione di "pratiche virtuose" all'interno dei luoghi di sofferenza.
Egli ci ricorda come: "l'unica risposta possibile all'insensatezza della realtà nella quale viviamo è la compassione, volerci bene, sostenerci, senza distogliere lo sguardo dalla sofferenza di tutti gli esseri viventi.... il carcere è un buco nero che nessuno vede, la società lo rimuove, ma lì ci sono umani sofferenti; troppo facile condannarli; che vita han fatto per finire li?". È quanto mi sono sempre chiesta lasciandomi alle spalle il carcere di Saluzzo confrontandomi con le vite di volta in volta incontrate.
Unione Buddhista Italiana crede fortemente nell'importanza di essere presenti nelle carceri come negli ospedali: dal prossimo mese di aprile UBI avvierà un programma di formazione specifico rivolto agli Assistenti Spirituali, una delle figure - con i cappellani- espressamente prevista nell'Intesa sottoscritta con lo Stato italiano.
È bene che chi andrà a condurre il proprio ministero all'interno delle carceri abbia alle spalle una preparazione solida per la conduzione di gruppi per persone detenute sulla base del programma Cultivating Emotional Balance (Ceb), ossia le sette emozioni universali quali rabbia, paura, tristezza, sorpresa, disgusto, disprezzo e gioia e i quattro equilibri emotivi.
Come Ubi crediamo tantissimo in questo progetto. Ci crediamo ancora di più alla luce della tragedia legata alla pandemia che stiamo ancora oggi vivendo. Dobbiamo prenderci cura l'uno e dell'altro considerato come questo periodo ha reso tutti più fragili. È un impegno ancora più forte verso le persone che vivono la comunità carceraria.
Ci auguriamo che la Ministra Marta Cartabia- la quale non ha mancato in passato di avere una particolare sensibilità verso il mondo carcerario - possa favorire al meglio la presenza di cappellani di diverse religioni all'interno dei penitenziari. È anche questo un passo per una compiuta attuazione dell'articolo 27 della Costituzione.
*Vicepresidente Unione Buddhista Italiana











