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di Domenico Alessandro De Rossi*

Il Dubbio, 19 marzo 2022

L’ex ministro della Giustizia Bonafede, ha istituito con D.M. 12.1.2021 una apposita Commissione per l’architettura carceraria, per preparare progetti di “riqualificazione delle strutture carcerarie per allineare sempre di più i luoghi dell’esecuzione penale intramuraria alla funzione costituzionale di responsabilizzazione del detenuto in una reale visione di reinserimento sociale e recupero personale”.

In queste ore apprendiamo che il Garante dei Detenuti del Piemonte, Bruno Mellano, in occasione della visita al carcere di Torino della ministra Cartabia, intenderebbe correttamente consegnare alla Guardasigilli la relazione che la Commissione ha elaborato a suo tempo. Nel ricevere il testo, voluto dal ministro Bonafede e pensato al tempo dal gruppo di lavoro, c’è da supporre che l’aleatorio gesto del Garante potrebbe non essere particolarmente apprezzato dalla ministra. Ciò per la semplice ragione che non tutte le soluzioni tecniche preparate per una visione politica siano comunque valide e congruenti per qualunque altra e diversa, ancorché tutte regolarmente ispirate, quantomeno nel titolo, ai valori costituzionali.

Un mio caro amico già esperto operatore penitenziario, mi ricordava spesso come “… la firma di un protocollo e un richiamo alle norme costituzionali non si negasse a nessuno”, spiegandomi come, invece, fosse sempre necessario andare, puntualmente, a verificare cosa quegli impegni formali avessero per davvero prodotto prima di “celebrarne” inutilmente dei nuovi, scorrendo dati che fossero per davvero asseverati, al fine di comprendere quali problematiche si fossero incontrate e che effetti concreti gli impegni avessero prodotto almeno nel breve e medio periodo.

A mente di quanto sopra, qualche spontanea domanda è giusto comunque porla ai “paladini dei diritti” presenti nella Commissione per conoscere quali siano i criteri che hanno visto prescegliere i diversi componenti, senza ricorrere, come di buona norma lo Stato dovrebbe fare, a selezioni obiettive riferite a bandi, concorsi, titoli specifici, pubblicazioni, saggi, attività umanitarie e di sostegno al diritto. Non sarebbe male conoscere se coloro che hanno elaborato la relazione abbiano in effetti maggiore esperienza di altri o se abbiano invece acquisto un qualche speciale diritto semplicemente essendo stati invitati, in precedenza, sempre a sedere a tavoli “tecnici” voluti dal ministero non si sa bene a che titolo.

Ma la domanda finale è: quali sono i riferimenti certi che giustificano la presenza e/ o l’assenza di professionalità comunque in grado di rispondere ai criteri di competenza richiesti dalla Commissione stessa? A ben vedere i nomi dei nominati esperti sembrano essere sempre gli stessi che appaiono nel tempo puntualmente nelle medesime commissioni. C’è da immaginare che forse il ministero solo per comodità proponga a sé stesso gli stessi nomi. Da qui la civica preoccupazione che, data l’inutile speranza di fare passi avanti utilizzando professionalità che nel tempo non hanno determinato miglioramenti nell’attuale pessima condizione carceraria, continuerà a non registrarsi alcuna seria trasformazione.

Difficile far guarire un malato utilizzando gli stessi medici se dopo anni di cura il malato si è aggravato. Forse il problema andrebbe ricercato non nella malattia ma di chi usa medicinali non appropriati. Risulta infatti che qualche rappresentante della Commissione sia anche il responsabile di un contestatissimo progetto destinato a suo tempo per il nuovo carcere di Nola.

Una mostruosa ideazione di cui ancora forte è il ricordo di un modello carcerario contrario a tutti i criteri più avanzati della esecuzione penale, nonché di fatto in antitesi con la stessa legge penitenziaria. Molti sono i difetti che in Italia purtroppo legano la burocrazia e la politica al mondo professionale esterno che nel tempo vedono consolidare costumi, conoscenze, relazioni, consuetudini, assonanze.

Anche nel caso in cui vengono chiamati professionisti esterni alla PA, troppo spesso si preferisce adagiarsi alla più tranquilla ripetizione di consolidate procedure di appartenenza. La non notizia è che tali metodi avvengano anche con la compiacenza, se non anche con la condivisione, di chi partecipa a tali commissioni senza battere ciglio, pur ricoprendo importanti incarichi di garanzia. Alla ministra Cartabia rivolgiamo rispettosamente la richiesta di attenzione, visto anche il sonno e la distrazione degli Ordini professionali che anche in questo caso potrebbero svolgere un ruolo significativo. Per ora preferendo candidamente tacere.

*Vice Presidente Cesp (Centro europeo studi penitenziari)