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di Davide Varì

Il Dubbio, 15 giugno 2022

Ora anche la riforma Cartabia e il giornalista Alessandro Barbano finiscono nel mirino della trasmissione. Che è riuscita a trasformare anche la ministra in una radicale antitoghe.

Dopo averci spiegato le ragioni dei carnefici di Mosca - con tanto di ringraziamento da parte dell’ambasciata russa in Italia - e dopo aver fatto strame di diritti e garanzie, lunedì sera Report ha provato ad affossare la riforma della giustizia Cartabia perché - udite, udite - “mina per sempre la separazione dei poteri”.

E per svelare il disegno occulto che si nasconderebbe dietro la riforma Cartabia, Report ha deciso di partire da una sua vecchia e mai sopita passione: Matteo Renzi (sic!). Anzi, dall’intervento che Alessandro Barbano - intellettuale, giornalista e straordinario commentatore del nostro giornale - fece alla Leopolda e nel quale osò criticare sia l’abuso del 41bis (critica condivisa con i giudici della Cedu) sia la gestione dei beni confiscati alla mafia. Ora, che la confisca dei beni della mafia sia un pozzo nero nel quale si celano arbitrio e opacità, è un fatto riconosciuto anche dalle prime file dell’antimafia da parata; così come è facilmente dimostrabile che le confische, gli scioglimenti dei comuni e le interdittive antimafia non solo abbiano avuto scarsi effetti sulla lotta al potere mafioso, ma nella gran parte dei casi hanno ridotto in poltiglia un’economia, quella meridionale, che di tutto aveva bisogno fuorché di un intervento di questo tipo.

Non è certo un mistero, infatti, che le interdittive antimafia stiano massacrando l’economia di Calabria, Campania, Sicilia e Puglia. Interdittive che non nascono da processi ma da semplici segnalazioni di presunte infiltrazioni mafiose per una parentela “sbagliata” o per un caffè consumato con persone “discutibili”.

Insomma, voci, chiacchiericci e spifferi che vengono ingigantiti da informative mai passate al vaglio di un giudice, ma che pure finiscono sulla scrivania dei prefetti che con una semplice firma, e sulla base di un semplice sospetto, hanno il potere di azzerare un’azienda e con essa migliaia di posti di lavoro. Ma come nel più classico dei pamphlet populisti, dire queste cose, secondo Report, significa sostenere la mafia. E a puntellare il teorema, a metà puntata, è arrivata l’immancabile carrellata di Pm: da Nino di Matteo a Nicola Gratteri, i quali non hanno grandi successi investigativi alle spalle, ma di certo una “buona stampa”, quella sì.

Ma come dicevamo il vero obiettivo di Report era la riforma Cartabia perché, come ha spiegato sicuro Ranucci - mette in discussione, anzi mina, la separazione tra potere giudiziario ed esecutivo. Il motivo? Il fatto che il parlamento indichi quali siano i reati da perseguire, e un non meglio specificato ruolo di coordinamento che dovrebbe assumere il ministero della giustizia. Una cosa che non dovrebbe preoccupare poi molto, visto che le poltrone che contano di via Arenula sono occupate da magistrati fuori ruolo. Ma è nel gran finale di puntata che il tono di Ranucci si fa grave e serio: “Da questa sera chi voterà la riforma Cartabia - ha dichiarato - non potrà dire io non sapevo”: Applausi! Insomma, ci voleva Report per trasformare Cartabia in una radicale antitoghe.