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di Daniele Zaccaria

Il Dubbio, 23 luglio 2026

Avete presente Simone Carabella? Quel tipo che gira per Roma affrontando presunti delinquenti, spacciatori, borseggiatori, “maranza”, writer, musulmani, senza tetto filmandoli con lo smartphone per poi sbatterli sui social. Se pensate che si tratti dell’ennesima stranezza italica vi sbagliate, Carabella è soltanto la versione all’amatriciana di un fenomeno globale: il giustiziere-influencer. Da noi il precursore è stato Simone Cicalone che prima degli altri ha intuito le potenzialità del format, trasformando degrado urbano, borseggi e ronde cittadine in una narrazione seriale di successo sul suo canale YouTube. Con il passare degli anni, però, Cicalone ha quasi assunto un profilo istituzionale: oggi dialoga con amministrazioni e forze dell’ordine che ormai lo portano sulle volanti durante i pattugliamenti, è ospite nel salotto tv de La7, rivendica un ruolo di sentinella civica e cerca di accreditarsi come interlocutore delle autorità: paragonato al suo rozzo epigono sembra Jean-Paul Sartre.

Carabella che sul suo profilo Facebook si definisce “mental coach” e che un tempo è stato assessore del Pd (sic), interpreta il ruolo in modo basico e da tempo inonda il web con le sue tragicomiche prodezze, sempre rivolte contro soggetti più deboli: l’aggressione con lo spray al peperoncino di un pacifico venditore ambulante senegalese, le ronde antidegrado al Pigneto denunciate dagli stessi residenti, il panino con la porchetta mangiato per provocazione alla festa musulmana dell’Eid al-Adha a Villa Gordiani, la rimozione dal muro di una chiesa di un manifesto del film Aladin che aveva confuso con quello di una moschea. Il fenomeno dei giustizieri digitali che agiscono come agenti provocatori è emerso da una decina di anni, parallelo alla diffusione degli smartphone di ultima generazione e all’ascesa della propaganda ansiogena sulla sicurezza che caratterizza lo scontro politico contemporaneo.

Negli Stati Uniti esiste una florida industria dei cosiddetti predator catchers, influencer che si fingono adolescenti online per attirare presunti pedofili e affrontarli davanti alla telecamera. Il più famoso è Skeeter Jean, che ha costruito milioni di visualizzazioni trasformando ogni confronto in una sorta di reality della giustizia. Ancora più controverso è Vitaly Zdorovetskiy, ex re degli scherzi su YouTube, che ha riconvertito la propria popolarità in spedizioni punitive riprese in diretta, dove la frontiera tra denuncia e spettacolo diventa sempre più difficile da individuare. Prima di loro, Alex Rosen aveva inaugurato il filone con Predator Poachers, dimostrando che persino la lotta ai reati più odiosi può trasformarsi in un filone di successo.

Nel Regno Unito il fenomeno è ancora più organizzato; decine di gruppi di paedophile hunters organizzano vere e proprie operazioni di adescamento online, riprendono i confronti e poi consegnano il materiale alla polizia. Alcuni collaborano con le autorità, altri preferiscono il palcoscenico dei social. Sempre oltremanica sono in crescita i shoplifter catchers che documentano la piccola criminalità urbana su TikTok e YouTube con le stesse modalità di Carabella. Le forze dell’ordine britanniche, non a caso, mettono in guardia i cittadini da anni: queste iniziative possono compromettere le indagini, inquinare le prove e trasformare la ricerca della giustizia in una competizione per ottenere più visualizzazioni.

Anche in America Latina proliferano creator che accompagnano ronde di quartiere contro sospetti rapinatori e narcotrafficanti, mentre in Brasile, il paese più estremo, alcuni influencer specializzati nella cronaca nera trasmettono in diretta inseguimenti e interventi della polizia, a volte immortalando omicidi sanguinosi in un genere informazione, intrattenimento e propaganda dell’ordine pubblico si mescolano senza soluzione di continuità.

Lo youtuber giapponese Shunichi Fujiki, conosciuto come Hezumaryu, ha costruito parte della propria notorietà inseguendo presunti truffatori, molestatori e clienti di locali a luci rosse, trasformando il confronto pubblico in contenuto virale e diventando una star nazionale. Anche nella Corea del Sud decine distreamer hanno fatto fortuna tendendo imboscate a presunti molestatori o truffatori, salvo finire essi stessi al centro di procedimenti giudiziari per diffamazione o intralcio alle indagini. Nella popolosa India esistono interi ecosistemi di creator che documentano incursioni contro quelli che vengono additati come stupratori, usurai o funzionari corrotti. Il format è sempre lo stesso: smartphone acceso, provocazione, escalation del conflitto, pubblicazione immediata del contenuto e una valanga di like e di insulti per i bersagli prescelti.

In generale ogni paese può sfoggiare i suoi baldi Carabella che si aggirano nelle metropolitane, nei luoghi frequentati dai turisti, nei quartieri cosiddetti difficili nel nome di una redditizia “lotta al degrado” che spesso si intreccia con le campagne anti-immigrazione dei partiti della destra nazionalista, peraltro molto abile ad arruolarli tra le sue fila. In tal senso gli influencer giustizieri sono perfettamente funzionali al discorso securitario che accompagna il discorso politico contemporaneo, producono ogni giorno il repertorio iconografico dell’emergenza permanente da dare in pasto a un pubblico ansioso e manipolabile.