di Stefano Arduini
vita.it, 4 settembre 2026
Mentre il governo festeggia il record di durata, il sovraffollamento nelle carceri italiane tocca il 142,1%, il livello più alto mai registrato. La legge sulla detenzione in comunità per i tossicodipendenti resta sottofinanziata, e il numero dei bambini reclusi insieme alle madri è più che raddoppiato in un anno. Il governo Meloni ha appena stabilito il record di durata della storia repubblicana: 1.413 giorni in carica, un traguardo che il centrodestra rivendica come segno di stabilità. C’è un terreno, però, su cui questa stabilità diventa indigesta: quello della legalità nelle carceri italiane. E qui i numeri raccontano una storia diversa da quella che il governo racconta di sé. Al 31 agosto 2026 i detenuti nelle carceri italiane erano 65.661, 868 in più rispetto a luglio. Il sovraffollamento ha toccato il 142,1%, il livello più alto mai registrato.
Da quando si è insediato il governo Meloni, il 22 ottobre 2022, le persone recluse sono passate da 56.225 a 65.661: 9.436 in più. Nello stesso periodo i posti regolamentari sono cresciuti di appena 46 unità, da 51.174 a 51.220. I posti effettivamente disponibili, invece, sono diminuiti: da 47.474 a 46.181, 1.293 in meno. Sono numeri, non opinioni, e dicono che mentre la popolazione carceraria saliva il sistema che dovrebbe contenerla restava fermo, tragicamente stabile. Le conseguenze si vedono istituto per istituto. Sono 85 le carceri con un tasso di affollamento superiore al 150%. Le regioni più colpite sono Puglia (183,8%), Basilicata (168,1%), Molise (161,6%) e Lombardia (160,2%). A Milano San Vittore il sovraffollamento arriva al 225,8%, con due reparti chiusi dal 2006: quasi vent’anni di posti sottratti mentre le presenze crescevano. Dall’inizio dell’anno si contano 42 suicidi in carcere, sei soltanto nel mese di agosto. A pagare il sovraffollamento sono anche i più piccoli: secondo i dati del ministero della Giustizia, al 31 agosto 2026 erano 37 i bambini presenti negli istituti penitenziari insieme alle madri detenute, 32 in tutto (18 italiane e 14 straniere). Il 31 luglio erano 34, il 30 giugno 30. Il numero è in costante aumento: alla fine del 2025 i bambini in carcere erano 26, più del doppio rispetto ai 10 di fine 2024.
Il 5 agosto è entrata in vigore la legge 140, che consente ai detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti di scontare la pena in comunità terapeutica anziché in cella. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio l’ha definita un provvedimento epocale. I numeri, però, ridimensionano l’enfasi: lo stesso ministero ha ammesso che le risorse stanziate per il 2026 permetteranno di trasferire circa 500 persone, a fronte di oltre 20mila soggetti che avrebbero i requisiti per beneficiarne. I posti disponibili nelle comunità sono 13mila, quasi tutti già occupati da chi sta seguendo un percorso terapeutico. La commissione ministeriale che dovrebbe certificare il nesso tra dipendenza e reato commesso, passaggio necessario per applicare la legge, non è stata ancora istituita. Una misura pensata per svuotare le carceri rischia così di restare sulla carta, mentre il sovraffollamento continua a crescere di circa 28 ingressi netti al giorno.
È in questo contesto che va letta la vicenda di Torino. Un uomo di 42 anni, arrestato per aver abusato in meno di 40 minuti di due donne, una delle quali tredicenne, è stato scarcerato dal gip dopo due notti al Lorusso e Cutugno e sottoposto all’obbligo di firma. Il pubblico ministero aveva chiesto la custodia cautelare in carcere. Il ministro della Giustizia Nordio ha disposto l’invio di ispettori ministeriali per acquisire elementi sulla decisione del giudice, pur riconoscendo che la valutazione spetta all’autonomia della magistratura.
Ma è proprio quel carcere, il Lorusso e Cutugno, a mostrare il paradosso di questa richiesta. Secondo il sopralluogo del sindaco di Torino Stefano Lo Russo, a metà agosto l’istituto contava 400 detenuti oltre la capienza, con altri 180-200 ingressi ogni mese. Il dato è confermato da altre rilevazioni, che indicano presenze vicine alle 1.500 unità a fronte di una capienza regolamentare di poco superiore ai 1.100 posti: uno scarto di circa 400 detenuti, lo stesso segnalato dal sindaco. Chiedere che un uomo finisca in un carcere già oltre ogni soglia di legalità, mentre lo stesso governo non trova le risorse per rendere applicabile la legge che dovrebbe alleggerire quella pressione, non è una contraddizione marginale, ma la fotografia di un metodo. La legalità, per essere un principio, dovrebbe valere allo stesso modo quando si tratta di mandare qualcuno in cella e quando si tratta di garantire che quella cella non violi i diritti di chi già ci vive. Il governo più longevo della storia repubblicana non ha trovato, in 1.413 giorni, il modo di tenere insieme le due cose. Ha imparato invece a usare la parola legalità come una clava, da brandire quando l’opinione pubblica si indigna e da riporre quando servirebbero investimenti, personale, strutture.









