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di Luca De Carolis


Il Fatto Quotidiano, 14 ottobre 2019

 

Avverte da Napoli perché in testa ha già la partita di Roma. Quella da dove vuole uscire con le bandiere del Movimento, prima tra tutte il carcere per gli evasori, per marcare il territorio e segnare una distanza dal Pd, il partito con cui "non facciamo alleanze nelle Regioni, al limite patti civici".

Ecco perché Luigi Di Maio chiude Italia 5 Stelle, la festa nazionale del Movimento, accennando a nuove urne: "Noi siamo al governo per fare le cose, ma se mancano i voti in Parlamento si può tornare a elezioni anche con questa legge elettorale: va rifatta, ma questo non ci obbliga a restare nell'esecutivo".

È il suo modo, ormai classico, di alzare la voce quando tratta con i dem. Minacciò il ritorno alle urne già durante la trattativa per formare il governo, così da ottenere di più al tavolo sul programma (e sui ministeri da dividere). In un pomeriggio quasi estivo, davanti a un platea non foltissima, Di Maio rigioca la stessa carta: innanzitutto per ottenere il sì alle norme contro i grandi evasori, quelle che vuole subito, nel decreto fiscale collegato alla manovra.

È il primo, grande nodo. Perché il Pd punta a prendere tempo sul provvedimento costruito dal ministro della Giustizia, il grillino Alfonso Bonafede, che prevede pene più alte per gli evasori (fino a otto anni, rispetto all'attuale tetto massimo di sei) e soglie di punibilità molto più basse, assieme a un allargamento della confisca (anche quando il reato è prescritto).

Il primo effetto è che il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, che vorrebbe approvare il decreto fiscale già nel Consiglio dei ministri di stasera (forse domani) e senza le norme sull'evasione, dovrà rinunciarci: alla fine a Chigi verrà approvato solo il cosiddetto "Dpb", il documento programmatico di bilancio da inviare a Bruxelles. Sul decreto c'è ancora parecchio da discutere e il primo scoglio è la normativa contro gli evasori.

"Le norme penali non possono essere inserite in un decreto", hanno opposto i dem nella lunga riunione al Tesoro di venerdì, intenzionati a rimandare tutto a un provvedimento apposito, da approvare nel 2020 visto che la manovra inghiottirà ogni spazio fino a Natale. E chissà in che forma, visto che sulle soglie e in parte sulla confisca la distanza è notevole.

Il M5S, invece, insiste per il decreto. Dal governo, raccontano, hanno anche chiesto un parere informale ai tecnici del Quirinale sulla fattibilità giuridica, ma il problema è innanzitutto politico: il Movimento che non può cedere. Così viene ribadito nella riunione mattutina sulla manovra tra Di Maio e i ministri grillini, riuniti in un albergo a Napoli. E per questo il capo ne fa il perno del suo comizio di chiusura.

"Se uno ha emesso fatture false per oltre 100 mila euro, io lo mando direttamente in galera", scandisce dal microfono Di Maio tra gli applausi. Certo, prevede, "proveranno a terrorizzarvi dicendo che vogliamo le manette", ma "non ce l'abbiamo certo coi commercianti, ma con quell'1 per cento che toglie a tutti quelli che le tasse le pagano. Ora se evadono pagano una multa, ma comunque vanno sempre in attivo".

E allora "confisca e carcere", subito. Nella riunione coi ministri Di Maio concorda anche una strategia sulla manovra: "Ci servono temi da rivendicare ". E la priorità, dicono nel Movimento, è difendere Quota 100: "Marattin di Italia Viva ha proposto di abolirla e Gualtieri non si è mostrato contrario". Altro punto, il no alla tassazione delle schede "sim", su cui la viceministra all'Economia Castelli ha già discusso con dem e renziani.

Ma di questo Di Maio non parla alla piccola folla. Piuttosto torna a frenare sull'accordo col Pd: "Quelli coi dem sono patti civici e si possono fare solo come è già stato fatto in Umbria, con un candidato terzo, civico". Ergo, no ai governatori uscenti, primo tra tutti l'emiliano Stefano Bonaccini. Ma c'è anche il M5S da risistemare nel discorso di Di Maio: "Non possiamo più permetterci di non avere un'organizzazione - scandisce - dopo dieci anni un capo politico e un garante (Grillo, ndr) non bastano".

E allora via alla struttura, con "un team" nazionale di 12 persone diviso per temi e decine di referenti regionali. Gli aspiranti ai ruoli potranno candidarsi sulla piattaforma web Rousseau, "presentando un progetto" fino all'11 novembre. Poi a dicembre voteranno gli iscritti. Ma della partita non potranno essere figure di governo o presidenti di commissione. Così ha stabilito il capo politico, che detta anche l'agenda per il 2020: "Dovremo fare la legge sull'acqua pubblica e quella sul conflitto di interessi, e via le mani delle Regioni dalle nomine nella sanità".

Un altro messaggio al Pd di un Di Maio che si mostra ottimista: "Resteremo al governo altri 10 anni". Una citazione anche per Alessandro Di Battista, assente per un grave problema familiare ("gli siamo vicini") e saluta. Su palco scendono i coriandoli, ma il ministro pensa già al vertice notturno sui conti a Palazzo Chigi. Perché la festa è già finita.