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di Stefano Arduini

vita.it, 12 agosto 2026

Con 65.009 persone recluse e un affollamento al 140,6%, i Tribunali di sorveglianza hanno accertato 6.539 volte in un anno che l’Italia detiene in modo inumano o degradante. Da quattro anni il governo risponde promettendo di umanizzare il carcere e di restituire dignità alla detenzione. Sono parole della Costituzione, ma amputate della loro valenza giuridica: l’umanità, che nell’articolo 27 è un limite invalicabile, diventa così un traguardo verso cui muoversi per gradi, in tempi infiniti. Un limite trasformato in traguardo si può continuare a superare, purché si dichiari di camminare nella direzione giusta. Ed è esattamente quello che sta accadendo.

L’8 agosto le persone recluse nelle carceri italiane erano 65.009, a fronte di 46.237 posti realmente disponibili. Il tasso di affollamento è al 140,6%, e gli istituti in cui i detenuti sono più del doppio dei posti sono saliti a nove. Sono i dati diffusi da Antigone, e per trovarne di peggiori occorre risalire al triennio 2010-2013, quello che si chiuse con la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per violazione dell’articolo 3 della Convenzione, la norma che proibisce la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. All’epoca i ricorsi presentati dalle persone detenute furono circa 4mila, mentre nel solo 2025 i reclami accolti dai Tribunali di sorveglianza italiani, quelli cioè che un giudice ha esaminato e ritenuto fondati, sono stati 6.539 (il 12% in più del 2024). Come si fa a parlare di emergenza di fronte a una violazione che la magistratura italiana accerta migliaia di volte l’anno, con provvedimenti motivati, uno per uno?

La sostituzione del diritto con gli annunci - Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha indicato le carceri come priorità pochi giorni dopo il giuramento, nell’ottobre 2022, e da allora il lessico non è cambiato. Il decreto legge del luglio 2024 è stato presentato con la formula “umanizzare il carcere”. Il piano di edilizia penitenziaria è arrivato in Aula alla Camera come uno strumento per “restituire dignità alla detenzione”. Nella conferenza stampa di inizio anno il 9 gennaio 2026 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito i nuovi posti il modo serio per difendere la dignità dei detenuti “senza compromettere la dignità dello Stato”. Eppure quando la parola legalità compare nel discorso pubblico del governo sul carcere, si riferisce quasi sempre a tutt’altro, cioè all’ordine interno agli istituti, al contrasto della criminalità organizzata, alla sicurezza degli operatori.

Umanità e dignità, sono inderogabili dentro una democrazia. Sono parole della Costituzione: l’articolo 27 stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Nella Carta l’umanità della pena è formulata come un confine che l’amministrazione non può oltrepassare, mentre nel linguaggio del governo diventa una meta, un orizzonte verso cui muoversi per gradi, compatibilmente con le risorse e con i tempi degli appalti. Un confine è varcato oppure non lo è: in Italia un magistrato di sorveglianza, certifica che lo è quasi 7mila volte l’anno. Una meta, al contrario, si misura sulle intenzioni di chi cammina, e chi la enuncia resta l’unico titolato a dire quanta strada sia stata percorsa. Promettere umanità significa perciò promettere qualcosa che non potrà mai essere smentito. Così parlare di umanità funziona da maschera, non perché sia una parola falsa, ma perché è una parola vera adoperata per coprirne un’altra.

Lo stesso meccanismo si ritrova sul terreno che il governo ha scelto come proprio, quello dell’edilizia penitenziaria, dove pure ci si aspetterebbe la precisione dei capitolati. Nel luglio 2025 il Consiglio dei ministri approva un piano da 758 milioni per 9.696 nuovi posti letto entro il 2027, articolati anno per anno. In ottobre, al termine della cabina di regia di Palazzo Chigi, i posti annunciati diventano 10.676. Nel gennaio 2026 Giorgia Meloni ne indica 11mila entro la fine del 2027, cifra che il ministro riporta a “oltre 10mila” in un question time di marzo alla Camera e che il sottosegretario Alfredo Mantovano riporta di nuovo a 11mila davanti alla commissione Giustizia del Senato in maggio. Anche le scansioni interne si riscrivono a ogni passaggio: i posti previsti per il 2025 erano 1.472 secondo il piano di luglio e 506 secondo la cabina di regia di ottobre, per chiudersi a poco più di 580 nel consuntivo dichiarato nel marzo di quest’anno. Così anche l’edilizia penitenziaria diventa una meta a cui tendere, in tempi irrimediabilmente incerti. Nel frattempo migliaia di persone continuano a scontare la loro pena e a vivere nella piena illegalità sotto la custodia dello Stato. Alcune cose, per fortuna, restano misurabili. Il commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, nominato nel settembre 2024, aveva il compito di realizzare 7mila nuovi posti entro la fine del 2025: a un anno dalla nomina i posti ufficiali erano cresciuti di 42. La Corte dei conti, nel monitoraggio sui fondi del Pnrr, ha rilevato che al 30 giugno 2025 oltre il 90% dei lavori previsti negli istituti penitenziari risultava in forte ritardo o non ancora avviato. Antigone aggiunge che da quando il piano è partito i posti realmente disponibili non sono aumentati ma diminuiti di oltre 400 unità. Una distanza analoga separa gli annunci dai numeri anche sulla legge approvata a luglio per la detenzione domiciliare delle persone tossicodipendenti, definita dal ministro Nordio un provvedimento epocale in grado di far uscire dal carcere almeno 10mila persone, mentre la copertura finanziaria non arriva a coprirne 600.

Accanto agli impegni corre poi una linea speculare, quella in cui la responsabilità viene collocata altrove: Nordio ha attribuito il sovraffollamento all’operato dei magistrati più che alle leggi approvate dal governo, e il sottosegretario Andrea Ostellari, rispondendo in Aula al Senato a un’interrogazione sulle donne detenute con figli al seguito, ha escluso che esista una situazione di emergenza. Nel frattempo il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha parlato di una condizione di sovraffollamento grave e ormai insostenibile, e la Corte costituzionale, con la sentenza 139 del luglio 2025, ha ribadito che la pena va eseguita in condizioni rispettose della dignità della persona e del principio di umanità.

Il carcere dell’insicurezza - C’è un ultimo dato che viene abitualmente letto come una statistica sui detenuti e riguarda invece tutti gli altri. In Italia un tasso di recidiva certificato non esiste, ma il rapporto di Antigone offre una misura che non ha bisogno di stime: delle 63.499 persone detenute al 31 dicembre 2025 soltanto 25.921, il 40,8%, erano alla prima carcerazione, mentre il 45,9% era già stato detenuto da una a quattro volte, il 10,6% da cinque a nove e il 2,7% più di dieci. Quasi sei persone su dieci, in carcere, c’erano già state. Il Cnel aggiunge il dato che dovrebbe orientare qualsiasi politica in materia: torna a delinquere il 68,4% di chi durante la detenzione non ha svolto alcuna attività lavorativa, contro il 2% di chi è stato inserito in un percorso di lavoro. Un sistema penitenziario che non riesce a rispettare la legge e a costruire percorsi di reinserimento non produce sicurezza, la consuma, e lo fa costando circa 3,5 miliardi l’anno.

Cambiare parola - L’appello di Antigone chiede a tutte le forze politiche provvedimenti urgenti per riportare il sistema penitenziario nella piena legalità, ed è la richiesta giusta, purché se ne colga la natura. Non si tratta di domandare al governo un supplemento di sforzo: finché l’impegno assunto resta quello di restituire dignità, l’obiettivo risulterà raggiunto nel giorno in cui qualcuno deciderà di dichiararlo tale, e nessuno sarà nella posizione di dimostrare il contrario. Si tratta invece di chiedere che l’impegno cambi nome e torni a essere ciò che la Costituzione già prevede, cioè il rispetto di un limite, con una scadenza e un parametro. A quel punto esisterebbe qualcuno in grado di dire se sia stato mantenuto. Del resto esiste già, e ha parlato 6.539 volte nel solo 2025, ogni volta per riconoscere che una persona detenuta in Italia è stata trattata in modo contrario al senso di umanità. Con la differenza che quei giudici, quando pronunciano la parola umanità, ne conoscono anche il peso giuridico. È la ragione per cui, in bocca a chi governa, la stessa parola conviene: sganciata dal diritto non obbliga a nulla e non vale nulla.