di Luca Rondi
altreconomia.it, 23 luglio 2025
Una proposta del think tank “Spazio aperto” prevede la costruzione di nuovi istituti “inglobati” all’interno di un polo produttivo. L’imprenditore, in asse con le Fondazioni bancarie, avrebbe accesso a ingenti sgravi fiscali e agevolazioni nella costruzione. Seppur il “trattamento” dei detenuti resti in capo all’amministrazione penitenziaria, per gli esperti si tratta di una proposta preoccupante. Accolta però con diverse aperture da parte dell’esecutivo.
“I rischi sono enormi”, dice Roberto Bartoli, professore di Diritto penale all’Università di Firenze, per descrivere la proposta promossa dal think tank Spazio aperto di un nuovo modello di carcere in Italia che mette al centro la figura dell’imprenditore privato che, a fronte di cospicui benefici fiscali, realizza una struttura in cui convivono il polo industriale e una sezione penitenziaria per i detenuti-lavoratori.
“La novità non sta tanto nella ‘privatizzazione’ del carcere -riprende Bartoli- quanto nel cambio totale di paradigma per cui si propone una ‘casa-lavoro’ che rimanda all’idea di una sorta di istituzione totale”. Un modello che sembra fare però breccia nel Governo Meloni. “Ci sono diversi segnali di apertura verso la privatizzazione, sotto mentite spoglie, dell’esecuzione penale. Non solo sul progetto di Spazio aperto”, sottolinea Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’associazione Antigone, che da più di trent’anni si occupa di giustizia penale.
A fine maggio nella sede della Fondazione Cariplo a Milano, il presidente del think tank Marco Martellucci, presentando la proposta, ha sottolineato l’urgenza di “cambiare il paradigma” attraverso la “creazione di un patto sociale tra chi ha sbagliato, l’imprenditore, lo Stato e il cittadino contribuente”. Non solo per superare l’annoso problema del sovraffollamento -al 30 giugno 2025 secondo Antigone c’erano 62.728 detenuti a fronte di circa 46.717 posti effettivamente disponibili- ma soprattutto per abbattere l’elevato tasso di recidiva di chi finisce di scontare la pena. Come? Nella proposta di 44 pagine si delinea “un approccio imprenditoriale” che può coniugare “l’ottimizzazione dei costi e dei ricavi di un’attività industriale affiancata alla gestione amministrativa dell’istituto di detenzione”.
Spazio aperto individua nel binomio “imprenditore-Fondazione di origine bancaria” quel soggetto “capace di sostenere un investimento e la realizzazione di un nuovo modello di ‘struttura di detenzione’” che sarebbe composta da una parte “detentiva” -nel rispetto dei più moderni standard architettonici- e una industriale per lo svolgimento delle attività lavorative dei detenuti. Sarà l’imprenditore a sostenere totalmente i costi di costruzione a fronte di benefici fiscali.
Il terreno dove sorge la struttura verrà dato in concessione demaniale almeno cinquantennale o legata al punto di pareggio del piano industriale mentre l’iter di realizzazione sarà velocizzato grazie a una concessione edilizia rilasciata in conferenza dei servizi sotto la regia del ministero della Giustizia e di quello delle Infrastrutture. Inoltre verrà previsto un credito d’imposta specifico e benefici fiscali per l’azienda in relazione all’attività produttiva.
Una volta che il polo sarà realizzato, i detenuti “su base volontaria” potranno richiedere il trasferimento “per un periodo non inferiore o preventivamente ritenuto necessario dall’imprenditore sociale per la formazione dello stesso e un congruo periodo di attività lavorativa”. L’obiettivo ultimo, come detto, sarebbe ridurre attraverso il lavoro quella quota di sette persone su dieci che una volta uscite dal carcere tornano a commettere reati. “La visione per cui il lavoro abbatte la recidiva è distorta -spiega Giovanni Torrente, professore di Sociologia del diritto dell’Università di Torino-. Il lavoro non rende liberi e sponsorizzare questa idea è preoccupante a livello culturale prima ancora che da un punto di vista di modalità di realizzazione”.
Spazio aperto ipotizza poi una “gestione” dello Stato dello stipendio del detenuto che viene suddiviso in cinque parti. Una quota viene destinata al mantenimento dello stesso, per abbattere le spese di detenzione, un’altra al nucleo familiare o ai congiunti più prossimi, una terza come forma di “accantonamento” risparmio, gestito dalla Fondazione di origine bancaria che collabora nel progetto. E poi un quinto per le spese personali e ciò che resta come forma di riparazione per la vittima. “Se lo stipendio è ‘eterogestito’ -riprende Bartoli- si snatura l’idea del lavoro come forma di risocializzazione e si perde la parificazione tra il dipendente ‘dentro’ e ‘fuori’”.
Per il professore altri tre elementi sull’idea di lavoro promosso da Spazio aperto sono problematici: “Il progetto sulla persona, oltre che professionalizzante, dev’essere personalizzato e in questo caso non lo è, essendo esclusivamente in funzione delle esigenze dell’industria. Infine, non prepara la persona a quando concluderà la pena: non è un ponte con l’esterno perché dalla struttura il detenuto non esce mai”.
Martellucci, presidente di Spazio aperto, ha sottolineato che la gestione del “trattamento” dei detenuti resterà in capo all’amministrazione penitenziaria. “Non permettiamo storture”, ha sottolineato durante il convegno. Questo aspetto di “salvaguardia” del ruolo del pubblico non convince però Susanna Marietti di Antigone. “I detenuti diventano forza-lavoro per l’imprenditore - osserva - che spende tempo e soldi per formarli e quindi non avrà nessun interesse al fatto che questi accedano a misure alternative alla detenzione. E poi chi dirà se si sono ‘comportati bene’ o meno? Sempre il datore di lavoro. Così il trattamento si privatizza nella sostanza anche se è salvaguardato dalla forma”.
Il progetto di Spazio aperto è stato presentato una prima volta a Roma nell’ottobre 2024 e successivamente, come detto, a fine maggio a Milano. Questi due eventi pubblici hanno visto la partecipazione di nomi di “peso”: il trait d’union presente a entrambi gli incontri è stata Irma Conti, membro del collegio del Garante nazionale delle persone private della libertà personale, mentre nella tappa lombarda è arrivata la “benedizione” al progetto del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, quella “a titolo personale” del presidente del Senato Ignazio La Russa e infine una disponibilità di massima per un incontro da parte del viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto.
“L’impressione è che Roma appoggi questa idea, anche se magari non ne condivide tutti i punti e le modalità”, spiega Marietti che sottolinea come non sia l’unico “esperimento” di “esternalizzazione” dell’esecuzione della pena in corso. La legge varata l’8 agosto 2024 prevede che venga istituito presso il ministero un elenco “delle strutture residenziali idonee all’accoglienza e al reinserimento sociale” al fine di “semplificare la procedura di accesso alle misure penali di comunità e agevolare un più efficace reinserimento delle persone detenute adulte”. L’elenco delle strutture doveva essere adottato entro metà febbraio 2025 ma non è ancora stato pubblicato.
“Il problema è che il decreto assegna a chi gestisce le strutture anche il compito di garantire oltre ai servizi di assistenza anche quelli di riqualificazione professionale e reinserimento socio-lavorativo dei detenuti. Anche questa è una forma di privatizzazione”, sottolinea Marietti. Antigone intravede gli stessi “rischi” nel sostegno dato dalla Regione Emilia-Romagna alle cosiddette Comunità educanti con i carcerati (Cec) che propongono un percorso di rieducazione dei detenuti in mano a un soggetto privato, in questo caso l’Associazione comunità Papa Giovanni XXIII, così come nell’accordo siglato a metà maggio tra il Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) e l’Associazione Terra Dorea, con sede a Curti, in provincia di Caserta, sempre per la creazione di comunità educative. Il protocollo d’intesa, visionato da Altreconomia, non prevede impegni economici da parte del ministero.
Intanto, nonostante la situazione esplosiva delle carceri italiane, l’esecutivo fino ad ora ha scelto di non adottare un provvedimento deflattivo ma puntare sulla costruzione di nuovi “contenitori”. Il tutto in un contesto in cui l’aumento di circa 100/150 detenuti al mese espone l’Italia al rischio di una condanna dei tribunali europei per trattamenti inumani e degradanti, come già successo dieci anni fa con la “sentenza Torreggiani”. A quel punto la proposta di Spazio aperto, a costo zero, potrebbe diventare ancor più allettante. “Il problema è uno -conclude Bartoli- si continua a pensare che la punizione possa avvenire solo in cattività ma non è così, può avvenire anche in libertà. Bisogna scardinare questa idea”.











