di Vittorio Macioce
altropensiero.net, 9 marzo 2026
Il carcere adesso non è soltanto una prigione. È uno spazio in attesa di sepoltura, un luogo sospeso tra la guerra e una speranza di rivoluzione. Sotto queste bombe qualcuno verrà a prendere la Bastiglia? Ci pensano e aspettano. Il momento magari verrà. Evin è quel momento. Evin è sempre stato quel momento, in realtà, da quando nel 1972 lo Shah fece costruire quel complesso nel nord di Teheran, ai piedi dei monti Alborz, come una macchina per macinare dissidenti. Poi vennero gli ayatollah e la macchina cambiò padrone, ma non funzione. Adesso che i jet americani e israeliani riempiono il cielo sopra la capitale, Evin è diventato l’ultimo girone. Quello senza uscita.
I racconti che arrivano da dentro sono frammenti, schegge di voci filtrate attraverso telefoni clandestini, attraverso avvocati che ancora riescono ad avere un contatto, attraverso familiari che raccolgono parole spezzate e le rimettono insieme come un mosaico di paura. Dicono che il cibo non arriva più in certi reparti. Dicono che le guardie hanno cominciato a sparire, prima una, poi due, poi interi turni saltati. Dicono che le esplosioni si sentono vicine, così vicine che le finestre tremano e il calcinaccio cade dai soffitti. Dicono che i detenuti sono chiusi a chiave nelle celle e che nessuno viene ad aprire.
Pane e acqua. In certe sezioni è questo che resta. Le cucine sono ferme, lo spaccio interno funziona a singhiozzo, le catene di approvvigionamento che tenevano in piedi la routine carceraria si sono spezzate come fili sottili sotto il peso della guerra. Il personale civile del carcere, quelli che non portano uniformi ma mandano avanti la burocrazia quotidiana della detenzione - i cuochi, gli addetti alle pulizie, i magazzinieri - se ne sono andati. Non per coraggio, non per scelta morale. Se ne sono andati perché avevano paura. Perché quando le bombe cadono non c’è stipendio che valga la pena di morire.
E i prigionieri restano. Restano perché non hanno alternativa. Restano perché un carcere è per definizione il luogo dove non puoi decidere di andartene. Ma c’è una differenza abissale tra essere detenuti in un sistema che funziona - per quanto brutale, per quanto ingiusto - e trovarsi intrappolati in un sistema che si sta disintegrando. Il primo ti toglie la libertà. Il secondo ti toglie la possibilità di sopravvivere.
Le organizzazioni per i diritti umani lanciano allarmi che suonano come bollettini di guerra. Le autorità iraniane hanno concesso la libertà su cauzione ad alcuni detenuti comuni. I piccoli criminali, i condannati per reati minori. Una valvola di sfogo per alleggerire il sovraffollamento e forse per avere qualche bocca in meno da sfamare. Ma i politici no. I politici restano dentro. Le donne che si sono tolte il velo per strada, gli studenti che hanno marciato dopo la morte di Mahsa Amini, i giornalisti che hanno scritto la parola sbagliata, gli attivisti che hanno osato esistere fuori dal perimetro del consentito. Loro restano. E ogni volta che in Iran la tensione sale, la pressione su di loro aumenta. È un meccanismo antico, una legge non scritta del potere autocratico: quando il regime vacilla, la prima cosa che fa è stringere la presa sui suoi ostaggi interni. Come se tenerli in pugno fosse l’ultima prova che il controllo esiste ancora.
Poi ci sono le storie che escono con nome e cognome e ti costringono a guardare in faccia quello che sta succedendo. Lindsay e Craig Foreman. Britannici. Stavano facendo il giro del mondo in motocicletta. Uno di quei viaggi che racconti la sera davanti a una birra, con le foto dei tramonti sul deserto e le strade polverose dell’Asia centrale. Sono entrati in Iran nel gennaio del 2025 e non ne sono più usciti. Condanna a dieci anni di carcere per spionaggio. L’accusa è grottesca, come tutte le accuse di spionaggio che i regimi usano quando non hanno niente di meglio da contestare. E adesso Lindsay e Craig sono dentro Evin, e i loro familiari raccontano ai giornali inglesi che hanno sentito le esplosioni dei jet da combattimento, che un’onda d’urto ha mandato in pezzi le finestre e ha danneggiato il tetto sopra le loro teste.
C’è qualcosa di insopportabilmente preciso in questa immagine. Due persone che volevano semplicemente attraversare il mondo, chiuse in una cella, col cielo che esplode sopra di loro. Non sono spie. Non sono combattenti. Non sono nemmeno parte di questa guerra. Sono vittime di un incidente di percorso della storia, capitati nel posto sbagliato nel momento sbagliato, e adesso il posto sbagliato sta crollando.
Evin è sempre stata una metafora. Sotto lo Shah era la metafora del terrore modernizzatore, della Savak che faceva sparire la gente in nome del progresso. Sotto Khomeini è diventata la metafora della rivoluzione che divora i suoi figli. Sotto Ahmadinejad, sotto Raisi, sotto chiunque abbia tenuto in mano le chiavi di quel palazzo grigio, Evin è stata lo specchio oscuro dell’Iran, il luogo dove il potere mostra il suo vero volto senza bisogno di maschere.
Adesso, sotto le bombe, Evin è la metafora finale. Un regime che non riesce più a nutrire i propri prigionieri. Un regime che non riesce più a tenere aperte le porte delle proprie carceri. Un regime che non riesce più a garantire nemmeno la sopravvivenza di quelli che ha condannato. È il segno che qualcosa si è rotto in profondità, oltre la guerra, oltre i bombardamenti, oltre la geopolitica. È il segno che la struttura stessa del potere si sta dissolvendo.
La Bastiglia cadde il 14 luglio del 1789. Dentro c’erano sette prigionieri. Sette. Eppure la sua caduta cambiò il mondo, perché non era una questione di numeri. Era una questione di simboli. La Bastiglia era il luogo dove il potere assoluto rinchiudeva chi osava sfidarlo, e quando il popolo di Parigi ne abbatté le mura, non liberò sette uomini. Liberò un’idea.
Dentro Evin ci sono migliaia di persone. Migliaia di storie, migliaia di vite sospese tra il prima e il dopo, tra la sentenza e la speranza. La domanda non è se Evin cadrà. Ogni prigione cade, prima o poi. Ogni muro ha una data di scadenza. La domanda è cosa resterà dopo, e se chi è chiuso là dentro sopravvivrà abbastanza a lungo per vedere quel giorno. Perché adesso, in questo momento, mentre il cielo di Teheran è attraversato dai caccia e il rumore delle esplosioni arriva fino alle celle del terzo piano, la cosa più urgente non è la geopolitica. Non è la strategia militare. Non sono gli equilibri del Medio Oriente. La cosa più urgente è che ci sono uomini e donne chiusi a chiave in un edificio che nessuno più controlla, in una città sotto attacco, senza cibo, senza medicine, senza nessuno che apra la porta. E il mondo, per adesso, guarda altrove.











