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di Laura Cesaris*

Corriere della Sera, 2 dicembre 2025

Negli istituti penitenziari sono presenti ad oggi (secondo i dati di ottobre del Ministero della giustizia) 63.493 persone a fronte di una capienza di 45.651 posti. Questa situazione comporta che quotidianamente siano a rischio di violazione i più elementari diritti riconosciuti dalla Costituzione (basterebbe pensare al diritto alla dignità, alla salute, all’istruzione, al lavoro, alla affettività) e che hanno rappresentato la primaria fonte di ispirazione della legge di ordinamento penitenziario (l. n. 354 del 1975), approvata 5o anni fa, che ha inteso riconoscere il detenuto come persona e porlo al centro della esecuzione delle misure restrittive della libertà personale. Una legge che, accogliendo l’idea del trattamento rieducativo, continua a rivestire il significato di “spinta antitetica rispetto alle ricorrenti tentazioni di imbarbarimento dei sistemi penitenziari”.

Con queste parole Vittorio Grevi (1942-201o), professore di procedura penale nell’Università di Pavia, titolare della prima cattedra di Diritto dell’esecuzione penale istituita in Italia, aveva definito, all’epoca, le intenzioni del legislatore del 1975 e il significato che quel corpus normativo avrebbe dovuto avere.

Anche se lo stesso Grevi, negli anni successivi, non avrebbe mancato di rilevare “emblematiche involuzioni “ del testo approvato e divenuto legge, determinate da “timori e riserve probabilmente ispirati a diffidenza” verso i contributi che sarebbero potuti derivare da privati cittadini e da associazioni e che avrebbero potuto rappresentare delle “intromissioni nel riservato dominio dell’amministrazione penitenziaria”; e di lamentare che la recrudescenza della criminalità avesse portato a ripercussioni negative nell’opinione pubblica “di per sé tendenzialmente mal disposta verso il mondo penitenziario” e avesse determinato un inasprimento nelle risposte sanzionatorie e l’istituzione di circuiti penitenziari differenziati.

Considerazioni che paiono scritte oggi in relazione a una situazione tornata, in termini di tasso di sovraffollamento, critica non ostante i programmi edilizi annunciati dal Governo, e alla conseguente condizione di profondo malessere delle persone recluse e degli operatori, drammaticamente testimoniata dal numero di suicidi (73 detenuti, 1 persona in Rems e 4 operatori penitenziari).

Di possibili rimedi a tale situazione, della irrinunciabile valenza educativa della espiazione delle pene, di nuove prospettive nella loro esecuzione si parlerà i13 e 4 dicembre a Pavia, nel convegno che abbiamo organizzato con Paolo Renon, con il patrocinio del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pavia e del Collegio Ghislieri, per ricordare Vittorio Grevi a 15 anni dalla sua scomparsa.

*Docente di Diritto Esecuzione Penale