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di Michele Brambilla

huffingtonpost.it, 18 settembre 2022

O meglio faccia una cosa di buon senso, che è anche una questione di sicurezza. Stare dentro è già una pena, anzi è la pena. Non è scritto da nessuna parte che, “dentro”, bisogna starci in quelle condizioni. E se invece di “farli marcire” li facessimo lavorare? I dati parlano da soli.

La Destra che si appresta a governare l’Italia ha una grande e rivoluzionaria opportunità: migliorare la condizione dell’infame vita quotidiana dei carcerati. Se lo facesse, la Destra non solo batterebbe la Sinistra sul suo terreno (di questo, potrebbe pure non fregargliene nulla) ma realizzerebbe anche una propria, sempiterna promessa elettorale: quella di aumentare la sicurezza dei cittadini. Quindi, farebbe una cosa di sinistra e di destra.

Non sono giochi di parole. Vediamo perché. Dunque. Al 31 agosto scorso nelle carceri italiane erano detenute 55.637 persone, su una capienza regolamentare di 50.922 (fonte: Ministero della Giustizia). È già sovraffollamento, anche se inferiore a quelli degli anni scorsi. Il wc è in un ambiente separato solo in circa il 5 per cento delle celle; l’acqua calda è disponibile 24 ore al giorno solo nel 35 per cento circa delle celle; il riscaldamento nel 20; solo nel 25 per cento delle celle ogni detenuto può disporre di tre metri quadrati calpestabili (fonte: Associazione Antigone).

Nel 2021 ci sono stati nelle carceri italiane 57 suicidi; il nostro tasso di suicidi è superiore a quello della media europea: 10,6 per ogni 10 mila detenuti contro 7,2 (Antigone). Ogni detenuto costa allo Stato, quindi alla comunità, 154 euro al giorno: di questi, solo 6 euro sono spesi per il suo mantenimento e solo 35 centesimi per la sua rieducazione, alla faccia di ciò che sta scritto nella nostra Costituzione (fonte: Università Bocconi).

Questi sono solo alcuni numeri. Oltre i quali c’è l’esperienza di chiunque abbia visitato un carcere, visto lo squallore, sentito il fetore. I detenuti sono costretti a stare in cella ventidue ore al giorno. Anche i pasti si consumano in cella (le tavolate con i carcerati che mangiano insieme sono roba da film americani). In cella non si fa niente. La condanna al nulla è la più tremenda. Il tempo scorre inutilmente, senza significato, senza speranza. Si azzera.

Cambiare tutto questo non è questione di umanità: è questione di giustizia. Ci si dimentica sempre, infatti, che la pena inflitta per un reato commesso è la privazione della libertà. Cioè: stare dentro è già una pena, anzi è la pena. Non è scritto da nessuna parte che, “dentro”, bisogna starci in quelle condizioni. Fatti non foste a viver come bruti, è scritto all’ingresso del carcere di Padova.

Farli vivere come bruti non è la pena: è accanimento, è vendetta. E non è neppure lungimirante, non è opportuno, non è utile per nessuno, neanche per chi (come noi) sta fuori e si illude che il problema delle carceri non lo riguardi.

Rinchiuso in quel modo, avvilito, umiliato, il detenuto finisce via via per convincersi di essere non un colpevole, ma una vittima. Si sente colpito da un’ingiustizia e accumula rancore, risentimento, voglia di farla pagare a qualcuno. Non si mette in discussione, non capisce gli errori compiuti. Si autoassolve: “Lo Stato fa schifo, la stessa società fa schifo, che diritto ha di giudicarmi chi si comporta in un modo così disumano?”. E così, quando esce torna a delinquere. Anche perché nessuno lo accoglie, nessuno si fida di lui, nessuno gli offre un lavoro. Attorno all’ex detenuto c’è pregiudizio, diffidenza, paura.

E quindi succede che in Italia il 70 per cento di coloro che escono dal carcere torna a delinquere. È il dato ufficiale, ma sottostimato, perché calcolato sui reati dei quali si accerta il colpevole. Sommando anche quelli di cui non si viene a scoprire il responsabile, la recidiva salirebbe attorno al 90-95 per cento. Tutto questo su chi ricade? Di nuovo sullo Stato, come prima e durante la detenzione. Di nuovo sulla società, sui cittadini che sentono di vivere nell’insicurezza. Di nuovo su tutti noi che ci illudiamo che il problema delle carceri non sia cosa nostra.

“Bisogna aumentare le pene! Bisogna costruire nuove carceri!”, vien detto da destra, e sono le espressioni più carine, perché di solito si ode un “bisogna buttar via la chiave”. E quante volte si aggiunge “e che marciscano in galera!”. E se invece di farli marcire li facessimo lavorare?

Ufficialmente il 17 per cento dei carcerati lavora, ma son lavoretti per l’amministrazione penitenziaria: pulizie, manutenzione e così via. Tutta roba che non serve a niente. Così come a poco servono i pur lodevoli laboratori aperti in alcune carceri, dove si permette ai detenuti di dipingere, creare oggetti, far teatro. Sono passatempi. Sempre meglio che star chiusi in cella ventidue ore al giorno, ma passatempi: che non offrono una prospettiva.

Il lavoro vero vuol dire lavorare, all’interno di un carcere, in reparti di fabbriche vere: prendere uno stipendio uguale a quello di un operaio che sta fuori, pagare le tasse, pagarsi il vitto e l’alloggio in carcere, mandare soldi ai familiari, concorrere agli utili dell’azienda, e insomma responsabilizzarsi, perché un impiego regalato è assistenzialismo, non è un lavoro. I detenuti che lavorano rinascono, si sentono realizzati e sentono che possono prepararsi un futuro. Infatti questi carcerati, quando escono, vengono assunti dalle stesse aziende per le quali hanno lavorato in carcere.

Ci sono esperienze concrete che testimoniano tutto questo. Reparti di fabbriche sono stati aperti ad esempio al carcere di massima sicurezza di Padova, su iniziativa della Cooperativa Giotto; e alla Dozza di Bologna, su iniziativa di tre aziende - la Ima, la GD e la Marchesini Group - che fuori si fanno concorrenza ma dentro lavorano insieme: hanno creato una società nuova che si chiama Fid (Fare Impresa in Dozza) che ha da poco festeggiato i suoi dieci anni di vita.

E la recidiva di chi esce da queste esperienze crolla all’1-2 per cento: a dimostrazione che la “rieducazione” prevista dalla Costituzione non è solo una bella intenzione, ma una reale possibilità.

Ma su 55.000 e passa detenuti, solo 2.300 hanno questa possibilità di lavoro vero: circa il 4 per cento. I governi di sinistra non hanno mai incoraggiato più di tanto il lavoro in carcere, con una bizzarra motivazione e un bizzarro timore. La bizzarra motivazione è che nelle carceri in cui si lavora si sta meglio, e quindi si crea una diseguaglianza, penalizzando i detenuti che non possono lavorare: la scelta ideologica è dunque il livellamento verso il basso. La bizzarra paura è che i carcerati che lavorano portino via il posto a qualcun altro, e che i sindacati insorgano. Ma a Padova, per esempio, le fabbriche che hanno aperto reparti produttivi all’interno del carcere non hanno licenziato nessuno: hanno semplicemente smesso di delocalizzare, cioè di aprire nuove fabbriche nell’Est Europa, dove il lavoro costa meno. La Destra che si appresta a governare l’Italia ha una grande e rivoluzionaria opportunità. Chissà se la coglierà.