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di Roberta Barbi

vaticannews.va, 24 aprile 2026

In occasione della Giornata Mondiale del Libro e del diritto d’autore (ieri, 23 aprile) vogliamo ricordare come lettura e scrittura siano state due attività sempre fondamentali per l’”universo carcere”: molti sono, infatti, i romanzi (e non) che mettono questo tema al centro, le voci da dentro che lo raccontano, e sempre di più le esperienze trattamentali che utilizzano la scrittura autobiografica come strumento di riscatto per i detenuti. Approfondimento della vita in condizioni di privazione della libertà personale, revisione critica del proprio vissuto, ma anche un modo per coltivare la speranza: sono tante e diverse, nella storia, le motivazioni che hanno portato i detenuti a scrivere, guidati, consapevolmente o meno, dal potere catartico della scrittura che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo provato.

Oggi dentro il carcere fioccano i laboratori di scrittura, mentre fuori si moltiplicano i concorsi che, se non sono interamente dedicati ai ristretti, almeno hanno una sezione riservata alle loro voci, nell’ormai assodata certezza che la scrittura, specie quella autobiografica, sia uno degli strumenti trattamentali più potenti. E tra la piaga del sovraffollamento e il dramma dei suicidi, cresce anche nell’opinione pubblica l’interesse verso questo mondo buio e dimenticato troppo spesso tenuto ai margini della società che è il carcere, perciò se ne scrive e se ne legge sempre di più.

Scuola e carcere in “Gargoyle” - Si intitola proprio come questa figura scolpita nella pietra, bloccata eternamente sulla soglia, questo romanzo scritto da Alfredo Vassalluzzo (ed. Sensibili alle Foglie), insegnante di italiano di Albano Laziale, nell’hinterland della Capitale, che ha vissuto in prima persona l’esperienza dell’insegnamento in carcere, dove si entra per trasformare e, per sua stessa ammissione, si esce trasformati. In questo universo parallelo carico di umanità, l’autore descrive personaggi che sono la summa delle personalità complesse che ha incontrato: ecco allora Ling, un rom smemorato, Valerio l’iperattivo (in carcere una specie di doppia condanna), Amr che cerca il proprio riscatto, o Ernesto, boss con la passione per i cruciverba.  Un’immersione talmente completa in questa realtà tanto da dubitare, a un certo punto, di riuscire a distinguere tra dentro e fuori per l’autore che ricorda come scrivere serva, a tutti, a restare umani e consapevoli di questo.

Le donne di “AS3” - Un discorso a parte merita la detenzione femminile: per le donne, specie se madri, la condizione di privazione della libertà personale è particolarmente penosa da vivere: lo dicono tutti gli esperti. E si evince anche da questo romanzo corale dalla penna di Valerio Callieri - e dalla casa editrice Fandango - che nell’omonima sezione femminile del titolo nel carcere romano di Rebibbia, regime Alta Sicurezza, ha condotto per anni un laboratorio di scrittura creativa, in cui ha imparato ad esempio, “i trucchi per tagliare la carne con il coltello di plastica”. Tra flash di vita vera vissuta in cella e fiction, si snodano le vicende di tre detenute: Anna, trafficante internazionale di cocaina che ha lasciato a casa la figlia adolescente Veronica che di lei non vuole saperne più nulla; Monica, ex rapinatrice e Virgina, rom che si è macchiata di diversi reati. 

La dura realtà dei suicidati - I suicidati - potere residuo: ultima cella a cura di Anna Maria Corradini, edizioni Diogene Multimedia, è un libro che ha origine da un’esigenza: quella di portare ancora una volta alla ribalta il dramma dei suicidi in carcere, già 15, secondo i dati aggiornati al 16 aprile, nel 2026. Un’opera filosofica firmata da vari autori, capaci di affrontare questo tema attraverso un confronto che stimola la mente e trasmette verità nascoste, per dare eco al buio interiore che abita il recluso e che, va ricordato, è fatto di dignità, colpa e vergogna. 

In carcere si scrive da sempre - Pochi, però, forse, sanno che molti dei romanzi più importanti della letteratura mondiale hanno avuto origine o comunque a che fare con il carcere, istituzione totalitaria che ha attraversato molti dei secoli dell’uomo. Il più antico che troviamo è probabilmente Il Milione dettato in francese da Marco Polo al suo “cellante” Rustichello da Pisa mentre erano detenuti a Genova nel 1298, opera destinata a diventare tra le più importanti di tutto il Medioevo; qualche secolo dopo ecco Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, 1764, non un romanzo, bensì uno dei testi fondamentali del diritto penale e dell’organizzazione della giustizia che non risparmia critiche né all’utilizzo della tortura, né alla pena capitale. Non a caso a Beccaria è stato intitolato uno degli istituti di pena più importanti del Belpaese: il minorile di Milano.

Le prigioni più “famose” - Il secolo successivo viene pubblicato Le mie prigioni, il più famoso romanzo del genere, in cui Silvio Pellico racconta la propria carcerazione allo Spielberg nel 1832: è la narrazione di un uomo che nonostante l’orrore quotidiano cerca di continuare a vivere aggrappandosi alla speranza che prende le forme della lettura e della scrittura, un uomo capace, nonostante tutto, di guardare al futuro. Altro romanzo epistolare fondamentale sono Le lettere dal carcere di Antonio Gramsci, centinaia, destinate soprattutto alla famiglia, ma anche agli amici, in cui affronta temi privati, ma anche pubblici in ambito giuridico, come il tema della carcerazione preventiva in attesa del processo. Anche Cesare Pavese, infine, dalla propria esperienza al confino in Calabria fece scaturire il romanzo breve Il carcere: la storia di Stefano, giovane insegnante al confino anche lui, che vive la propria condizione con disperazione e senso di alienazione.

Capolavori tra ieri e oggi - Anche la letteratura straniera è costellata di esempi di romanzi scritti nel o sul carcere: Don Chisciotte de la Mancia, per ammissione dello stesso Cervantes, è stato “il parto di una mente malinconica e abbattuta”: quella dell’autore rinchiuso a Siviglia; altro esempio illustre è Nelson Mandela che nel suo Il lungo cammino verso la libertà narra 27 anni di detenzione nel Sudafrica ancora afflitto dalla piaga dell’apartheid, in cui ha comunque vissuto studiando, leggendo e sperando, finché non è arrivata la possibilità di ricominciare. Non ultimi citiamo anche il De Profundis di Oscar Wilde, Prima che sia notte di Reinaldo Arenas, dissidente politico nella Cuba di Fidel Castro, e altre interessanti opere in ordine sparso, come Un giorno della mia vita di Bobby Sands, esponente dell’Ira irlandese, Il vagabondo e le stelle di Jack London e Un mondo a parte in cui Gustaw Herling parla della sua esperienza nei gulag sovietici.