di Ettore Grenci*
Avvenire, 22 luglio 2026
In quarantotto ore il ministro Matteo Salvini è entrato due volte nel carcere di Bollate. Il primo giorno per fare visita a Mario Roggero, il gioielliere di 72 anni condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua attività nel 2021. Il secondo giorno, anche. Vogliamo sinceramente credere che si tratti di una scelta dettata da vicinanza umana, per un uomo la cui pena che si ritiene essere del tutto sproporzionata non solo rispetto alle sue “colpe”, ma anche alla sua età. Lo stesso Roggero, entrando in carcere, ha detto che a 72 anni 15 anni di carcere sono, di fatto, un ergastolo.
Tra le tante (e forse troppe) cose di cui si è parlato attorno a questa drammatica vicenda, quasi mai è affiorata la questione forse più rilevante, quella della pena carceraria, di quella idea, così difficile da superare, della sua assoluta inevitabilità, ed in generale della sua funzione e del suo scopo. Una pena dovrebbe avere un senso non solo se, ed in quanto, è “giusta”, ma anche se, ed in quanto, è “utile”. Utile non solo a chi la subisce, ma utile anche alla collettività in nome della quale è stata emessa.
È su questi temi che la domanda se sia giusto (e sia utile) che un uomo anziano debba scontare condanne in carcere che superano la sua stessa aspettativa di vita è più che legittima, anzi è fondamentale in un moderno Stato di diritto, e meriterebbe una riflessione seria per cercare di trovare una risposta, soprattutto quando il carcere sembra essere ormai l’unica soluzione a cui la nostra modernità riesce a pensare quando si confronta con la penalità e la devianza. È sicuramente una domanda che si porranno molte delle migliaia di persone detenute nei nostri istituti penitenziari, e con loro anche i loro familiari (per chi li ha) che, come la famiglia di Roggero, sono sempre “vittime” secondarie del carcere.
Li conosciamo ormai a memoria, ma non è mai inutile ricordare i numeri di questa umanità dolente: a fine giugno 2026 i detenuti erano quasi 65mila, con un tasso di affollamento di circa il 130% sulla capienza regolamentare. Poi ci sono i numeri che non si possono arrotondare, perché sono nomi. Nel 2022 i suicidi in carcere sono stati 84, l’anno allora peggiore di sempre; nel 2023 sono stati 68; nel 2024 hanno toccato quota 91, il record assoluto da quando esiste un monitoraggio indipendente. Nel 2025 sono stati 82 secondo Antigone e Ristretti Orizzonti, in quello che resta l’anno più letale dal 1992 per numero complessivo di morti dietro le sbarre.
Fanno oltre trecento vite in quattro anni. Per queste trecento persone, e per le loro famiglie, non ci sono state visite a favore di telegiornali, non uno striscione, non la promessa di una candidatura. Colpisce l’attenzione selettiva contro l’indifferenza generalizzata: il sipario si apre per uno, addirittura due volte in due giorni. Resta calato per gli altri 65 mila. Colpisce anche che sempre per uno si invochi una grazia immediata, prima ancora di leggere le motivazioni della sentenza definitiva: un atto che spetta al capo dello Stato, discrezionale e individuale, ai sensi dell’articolo 87 della Costituzione.
Si invocano sempre responsabilità di altri ma si dimenticano le proprie. Chi ha i numeri per entrare a Bollate a reti unificate ha anche i seggi per aprire, in Aula, una discussione seria sulla pena, e su quella carceraria in particolare, in un contesto detentivo sempre più allarmante, dove quel senso di umanità di cui parla l’articolo 27 della Costituzione si è ormai perso ogni senso, in celle torride e maleodoranti, nelle muffe ai muri, nell’acqua fredda che non c’è, nel doversi pagare l’energia elettrica per avere un piccolo ventilatore, con buona pace per chi non se la può permettere. Potrebbe bastare questo (ma c’è molto di più) per suscitare un moto di indignazione collettivo non per uno, ma per 65mila.
Gli strumenti sono lì, scritti nella Costituzione e nelle Leggi, a disposizione di chi governa e della politica. Come per i numeri dei detenuti e dei suicidi, non deve sembrare inutile continuare a parlare di indulto, invocato con forza, purtroppo invano, da Papa Francesco, fino alla fine dei suoi giorni nel Giubileo della Speranza (“spes non confundit”): non cancella i reati, non riscrive le sentenze, non offende le vittime, riduce la pressione su un sistema fuori dalla legalità costituzionale e restituisce speranza per una speranza di una nuova vita. Se proprio non si riesce a sopportare l’idea della clemenza, si pensi a misure che hanno nella valutazione della condotta del detenuto o delle sue condizioni soggettive il loro fondamento giuridico: estendere la liberazione anticipata, ampliare il limite di pena per l’accesso alle misure alternative, prevedere maggiori possibilità di differimento della pena per condizioni di salute precarie o per l’età del condannato.
Ci sono progetti di legge già definiti in ogni dettaglio, che giacciono da anni nei cassetti del Parlamento per inerzia della politica o, peggio, per bieco calcolo elettorale, l’ultimo dei quali è il progetto di riforma dell’esecuzione penale voluto dal Ministro Orlando, fatto naufragare a pochi giorni dalla sua approvazione. Chi trova la strada per Bollate due volte in due giorni sa benissimo dove si trovano quei cassetti, e sa benissimo come aprirli. Non per uno, ma per 65mila.
*Avvocato penalista Foro di Bologna










