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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 6 novembre 2026

A Bologna il Pd apre il confronto sulla sicurezza. A 10 anni dagli Stati generali dell’esecuzione penale. Pagina chiusa dal Conte I. A dieci anni dagli Stati generali dell’Esecuzione penale realizzati dall’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando - 18 tavoli che nel 2016, dopo un anno di lavoro, avevano elaborato proposte concrete fondate sui principi più innovativi ma che facevano paura agli stessi dem, e poi vennero definitivamente affossate dal successivo governo Conte I - il Pd organizza oggi a Bologna una giornata interamente dedicata alla pena nel sistema giudiziario e alla sua esecuzione. Parte da qui un percorso di confronto - con la società civile, gli addetti ai lavori e gli altri partiti del campo largo - per scrivere concretamente il programma della coalizione di centrosinistra che Elly Schlein, alla quale è affidata la conclusione dei lavori, vorrebbe “non scritto nelle stanze delle segreterie”.

Un incontro organizzato dalla responsabile Giustizia del partito, Debora Serracchiani, insieme all’avvocato Andrea Gattari, membro della Direzione, “con l’obiettivo di dialogare con tutti i soggetti che si occupano di carcere e di esecuzione penale, dalla polizia penitenziaria ai Garanti, ai sindacati, alle associazioni come Antigone”. E trarne uno schema di accordo di coalizione su cui lavorare. Non a caso, dopo l’introduzione di Andrea Orlando, oltre ai tanti giuristi ed esperti, interverranno esponenti di tutti i partiti del campo largo che si sono occupati del tema.

Al primo punto c’è il problema più urgente, quello che mette l’Italia fuori dalla legalità internazionale: il sovraffollamento. Che, come dice Antigone nel “programma per le elezioni 2027” che presenterà oggi a Bologna, “non è una calamità ma il risultato di precise scelte politiche”. Perciò l’idea di costruire nuove carceri “non è la soluzione”, è un sintomo del malanno. Antigone indica esattamente come riparare i danni del populismo penale e dell’intero impianto punitivo adottato dal governo Meloni. Con un lungo documento chiede di fermare la proliferazione dei pacchetti sicurezza, di rinnovare il codice penale datato 1930, di ridare dignità alle parole amnistia e indulto, di ripensare il rapporto “tra forze di polizia, detenuti e cittadini, tra organismi di garanzia e istituzioni”. In sostanza tornare al sano principio che vede la sicurezza realizzarsi nel rispetto dei diritti e il carcere come extrema ratio.

Percorsi e obiettivi che mettono d’accordo quasi tutti, almeno sulla carta. Tra le priorità condivise c’è senz’altro il lavoro per i detenuti, la sanità penitenziaria, e la riforma dell’esecuzione penale esterna, che si realizza “aumentando l’organico in forza ai magistrati di sorveglianza e modificando il concetto di domicilio”, precisa Serracchiani. Che però avverte: “L’esecuzione penale esterna riguarda ora perlopiù persone che hanno i mezzi per evitare di entrare in carcere, mentre per funzionare deve far uscire quelli che stanno dentro”. Ecco perciò che la proposta di +Europa di istituire le “case territoriali di reinserimento sociale” è stata sottoscritta da tutti. “Sono strutture comunitarie di piccole dimensioni - spiega Riccardo Magi - destinate a chi deve espiare una pena anche residua fino a un anno (oggi, circa 10 mila detenuti) dove realizzare programmi individualizzati. Da costruire con la cassa ammende e la collaborazione del tessuto produttivo”.

Ma se “l’approccio orientato alla prevenzione sociale, ai diritti costituzionali e alla tutela del lavoro”, enunciato al primo punto dalla senatrice Ilaria Cucchi (Avs) è un tratto distintivo unanime, nel centrosinistra, ci sono invece proposte specifiche molto “divisive”.

È il caso delle “carceri a numero chiuso”, della “sospensione condizionata della pena”, dell’indulto e dell’amnistia, che stanno a cuore soprattutto a +Europa, ma perfino della “liberazione anticipata speciale”, la proposta elaborata da Roberto Giachetti (Iv), anche lui tra i relatori del convegno, ma sottoscritta pure da Pd, Avs e Azione. “La parola indulto per noi è indigesta”, ammette invece Valentina D’Orso, capogruppo M5S in commissione Giustizia alla Camera. Le priorità dei 5 Stelle sono altre, come certificato dai ddl presentati dagli ex procuratori, Roberto Scarpinato al Senato e alla Camera Federico Cafiero De Raho, tutti finalizzati a rafforzare la lotta contro la criminalità, soprattutto mafiosa, riducendo i benefici penitenziari, rafforzando il controllo dentro le carceri, soprattutto per il 41bis e l’Alta sicurezza, inasprendo le pene per la “continuazione” dei reati di mafia. 

Bocciata anche la proposta Giachetti perché, spiega D’Orso, “mina il principio di certezza della pena, non serve a ridurre la recidiva che si contrasta soprattutto con il reinserimento lavorativo e, infine, prima di ingolfare ulteriormente il sistema, bisogna invece smaltire le richieste pendenti che la magistratura non riesce ad evadere per carenza di personale”.

Punti di vista, che sicuramente troveranno una sintesi con gli altri. Sempre che il tema carcere entri nel programma del M5S. Attualmente infatti non compare né tra i 20 punti di Nova proposti dalla base del movimento al tavolo dei progressisti, ma neppure trova spazio nel libro del segretario Giuseppe Conte Una nuova primavera. “La sfida progressista per l’Italia” dei 5 Stelle sembra proprio non contemplare un’azione immediata per riportare il carcere dentro il dettato costituzionale.