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psychiatryonline.it, 22 aprile 2026

Il legame tra istituzione carceraria e salute mentale rappresenta una delle frontiere più critiche della psichiatria moderna. Luigi Ferrannini analizza la duplice natura di questo rapporto: da un lato la presenza massiccia di pazienti psichiatrici in carcere, dall’altro la capacità dell’ambiente carcerario di generare sofferenza psichica. Attraverso una critica all’uso dello psicofarmaco come strumento di sedazione sociale e una riflessione sull’invecchiamento della popolazione detenuta e sulle nuove fragilità dei giovani e degli stranieri, l’autore rivendica la necessità di percorsi riabilitativi integrati che sappiano guardare oltre le sbarre.

L’alibi della follia e il rischio della nuova esclusione - Il carcere e il manicomio condividono una radice storica comune come istituzioni totali fondate sull’esclusione e sulla negazione dei diritti. In questo contesto, la patologia mentale viene spesso utilizzata come un “alibi” sociale: di fronte a reati gravi, è più rassicurante etichettare l’autore come folle piuttosto che interrogarsi sulle dinamiche relazionali e sociali sottostanti. Tuttavia, la psichiatria non deve cadere nel tranello di essere un paravento per l’irresponsabilità, ma deve saper distinguere quando la sofferenza psichica è reale. Il lavoro dello psichiatra in carcere non deve limitarsi alla diagnosi, ma deve mirare all’inclusione, progettando interventi che diano un senso alla vita del detenuto e costruiscano percorsi alternativi alla carcerazione, oggi legalmente possibili ma ancora poco praticati.

Lo psicofarmaco tra cura e controllo sociale - Una criticità storica all’interno delle carceri è l’uso degli psicofarmaci come strumenti di sedazione e controllo sociale. In una società chiusa come quella penitenziaria, il farmaco è stato spesso utilizzato per gestire le tensioni piuttosto che per curare i disturbi. Sebbene la situazione sia migliorata con l’introduzione di equipe psichiatriche dedicate, il rischio rimane elevato se queste equipe restano isolate. Per evitare che lo psichiatra diventi un mero esecutore di ordini custodiali, è fondamentale che i servizi in carcere siano strettamente collegati ai servizi territoriali esterni. Solo così lo sguardo può restare rivolto al futuro e alla riabilitazione, garantendo che la prescrizione sia sempre un atto terapeutico e mai un’arma di contenimento.

L’invecchiamento della popolazione detenuta e le nuove emergenze - Un fenomeno preoccupante e in crescita è l’aumento della carcerazione tra gli anziani. Oggi in Italia si contano migliaia di detenuti ultrasessantenni e ultrasettantenni, una fascia d’età che un tempo era protetta da misure alternative. Questa popolazione porta con sé i problemi della cronicità e della comorbilità fisica e psichica, richiedendo un’assistenza specifica che il carcere fatica a fornire. Accanto agli anziani, emergono le fragilità dei giovani e degli immigrati, spesso coinvolti in reati legati allo spaccio o all’abuso di sostanze. In carcere, che paradossalmente può diventare un luogo di incontro con la droga per chi non la conosceva, il lavoro di recupero deve scontrarsi con l’affollamento e con la mancanza di linguaggi comuni in una società multietnica e multiculturale.

La mancanza di comunicazione tra istituzioni e il bisogno di regole - L’Italia appare come un paese fatto di “vasi non comunicanti”, dove Ministeri diversi - Giustizia e Salute - faticano a dialogare per costruire percorsi coerenti. L’esempio più drammatico è la carenza di servizi di neuropsichiatria infantile all’interno delle carceri minorili, luoghi che dovrebbero avere come mandato istituzionale primario il recupero e l’educazione. La mancanza di una programmazione strutturata e di regole chiare impedisce di verificare l’efficacia degli interventi, lasciando tutto all’iniziativa e alla sensibilità dei singoli operatori. Non ci si può basare solo sul “buon cuore”; occorrono norme che garantiscano l’integrazione dei servizi e che assicurino che la pena non sia solo punizione, ma una reale proiezione verso un futuro di cittadinanza consapevole.

Conclusione: proiettare il carcere verso il futuro - In definitiva, la psichiatria deve misurarsi con la realtà emblematica del carcere, portando strumenti di prevenzione, comunicazione e cura laddove regna l’abbandono. Dopo l’opportuna chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, è necessario che il sistema non crei nuove forme di aberrazione. Garantire la salute mentale in carcere significa onorare il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena. La sfida per lo Stato moderno è trasformare il tempo della detenzione in un tempo di crescita e riparazione, evitando che le strutture diventino depositi di persone invisibili e assicurando che la cura sia sempre il ponte necessario per restituire l’individuo a una vita libera e dignitosa.