di Marco Cafiero*
progettouomo.net, 24 ottobre 2025
Da poco sono Garante delle persone private della libertà personale del Comune di Genova, ma da quaranta anni mi aggiro nei meandri della Giustizia, un labirinto di strade tra intervento e ideologia che oggi determina un forte scollamento con la gente, sfiduciata, alterata, disillusa, piena di paure e insicurezze. Nessun intervento va nella strada della sicurezza, anche i più severi moniti del Governo non fanno che creare consenso in un elettorato che, comunque, si affida perché diversamente non saprebbe che fare.
Alla presentazione locale del rapporto di Antigone sulle carceri mi sono permesso di affermare che il problema non sta nella classe dirigente ma nelle persone che declinano ogni responsabilità nei confronti di un problema che se trovasse soluzione porterebbe un diffuso benessere collettivo.
Non si tratta di ecumenismo ma di ragionare su quello di cui abbiamo veramente bisogno, uscendo dalla logica egocentrica che ci attanaglia per andare oltre il personale ed occuparci della Comunità di cui facciamo parte. Non siamo più abituati a sentirci parte di una realtà che permea le nostre vite fatte di relazioni. Non sappiamo più cosa sia la relazione e come vada declinata per raggiungere un benessere sociale.
Il Carcere è diventato un luogo di isolamento eterno che non si esaurisce nella durata della pena ma si protrae all’infinito determinando recidive e sensazioni di abbandono. Nemmeno le Comunità Terapeutiche, un tempo ritenute dalle famiglie la panacea, sono in grado di rompere quella deriva che la permanenza carceraria ha determinato.
Non è totalmente corretto attribuire al Governo in carica la responsabilità della deriva del sistema, caso mai è possibile spalmarla su tutta la classe politica che si è alternata senza riuscire a modificare alcunché; credo sia da attribuire principalmente all’atteggiamento di coloro che chiedono sicurezza nei confronti di chi infrange la regola, di chi determina quella frattura che la Giustizia Riparativa vorrebbe ricomporre vincendo la resistenza proprio di chi avrebbe interesse alla sua affermazione e al pieno funzionamento di un paradigma relazionale frutto di un pensiero responsabile. È paradossale, lo so, per questo da venti anni mi occupo di riparazione con la voce di uno che grida nel deserto senza essere davvero ascoltato.
Oggi, tanti si sentono in grado di capirne la valenza con il pericolo di trasformare un valore in un investimento. Ma la comprensione riposa nell’aver osservato i cambiamenti sociali frenetici degli ultimi anni ed esserci arrivati solo perché l’Europa ci ha imposto di attuare un sistema illuminato. La Giustizia Riparativa di cui molti si fregiano di aver realizzato, ha richiesto anni di sacrifici culturali ancora non pienamente realizzati. Anni in cui ci siamo dovuti affrancare da un modello retributivo, ma ancor più da quello riabilitativo che, pur rispondendo alla logica costituzionale, ha continuato a determinare sovraffollamento, suicidi e condizioni di vita impossibili all’interno degli Istituti
La denigrazione dell’avversario politico, caratteristica del nostro Paese da sempre, si traduce in un insulto tra elettori, tra connazionali, che declinano ogni responsabilità e si rifiutano di ragionare su ciò che davvero conviene loro, invece di attaccarsi a ideologie che non hanno senso.
Occorre una mediazione politica che abbassi la soglia del conflitto sul tema del Carcere e della Giustizia. Non so se riuscirò davvero a fare qualcosa per i detenuti anche perché leggo che tutti hanno in mano la ricetta, io non credo di averla, mi permetto solo un suggerimento: uscire dal sale dei convegni dove gli addetti ai lavori, quasi omogeneamente indirizzati politicamente, si lagnano di ciò che fa l’altra fazione, e andare per le strade a parlare con le persone di giustizia, di inclusione, di accoglienza, di condivisione. Di sedersi davanti a persone che non ci garantiscono di pensarla come noi, ma che possiamo convincere quanto meno a riflettere. Saranno loro a darci la soluzione delegittimando tutte le nostre ideologie e tecniche buoniste. È questo l’unico modo di produrre cambiamento.
Un’ultima riflessione riguarda il lavoro. La nostra è una repubblica fondata sul lavoro. Oggi si parla di lavoro per i detenuti per ridurre la recidiva e favorire l’inclusione. Sembra che abbiamo scoperto l’acqua calda ma sono anni che ne parliamo, da quando ero studente per cui direi davvero molti. Di lavoro per i detenuti non si deve parlare, si deve produrre!
Gli enti pubblici si facciano carico di diffondere e promuovere la cultura dell’accoglienza e dello scambio esperienziale, di parlare non alla pancia della gente, non alla testa, ma al cuore perché se non si ricordano dove sta possiamo dirgli che è a metà strada tra la testa e la pancia. Questa è responsabilità sociale, questa è Comunità educativa che pensa, poi soffre e, infine ama.
*Garante delle persone private della libertà personale del Comune di Genova











